Mia

La chiave gira nella serratura producendo uno scatto secco. E poi la porta si apre quel tanto che basta perché lei possa entrare.
La guardo muovere i primi, insicuri passi nell’appartamento. Non solleva il viso, non si lascia tentare dalla voglia di incontrare il mio sguardo.
È deliziosa.
Dal cappello di lana calcato in testa sbucano ciuffi rossi ribelli, e da sotto il cappotto spuntano due cosce velate, che si perdono negli stivali dal tacco improponibile.
Sorrido, non devo dire nulla: lei sa cosa fare, e come farlo.
Posa la borsa sulla sedia, si sfila il berretto, lo appoggia accanto alla borsa, scuote la chioma incendiata dagli ultimi raggi del sole morente. Gli occhi socchiusi per il riverbero, si gira di schiena e fa scendere il cappotto oltre le spalle, a rivelare una camicetta bianca e una minigonna grigia.
E poi finalmente si volta, mi guarda e mi sorride.
Sa che ora può farlo, per godersi la mia espressione mentre si spoglia, un capo dopo l’altro, fino a rimanere con le sole mutandine di candido pizzo, e le calze.
Poi si inginocchia sul tappeto che ricopre gran parte della stanza, le gambe un po’ divaricate, e mi offre il guinzaglio che pende dal tavolo, come se fosse stato posato lì per caso. I suoi occhi verde smeraldo sono di nuovo ancorati a terra.
Mi alzo e la raggiungo con due rapidi passi. Il collare di cuoio nero la rende affascinante oltre ogni limite. L’eccitazione cresce impetuosa, le mie dita le sfiorano appena il seno minuto, prima di stringere il guinzaglio e indurla ad appoggiare i palmi davanti a sé.
Mentre mi segue nella stanza che presto si riempirà dei suoi gemiti e dei miei sospiri, so che mi sta fissando il culo fasciato da leggins neri.
«Di chi sei tu?» le chiedo, pregustando la risposta.
«Sua, Padrona.»

Recensione 1 di Codice Orgasmo

Ecco una bella recensione per Codice Orgasmo,

pubblicata sul sito Il giornale di Roberto Baldini:codiceorgasmo130x184

Una storia intrigante…

Codice rosso…

Lisa è un poliziotto. Azione, pericolo, adrenalina. Forse ha scelto il fascino della divisa per coprire il suo corpo e la sua anima poco attraenti, cercando di dare una mano a chi ne ha bisogno? Niente potrebbe essere più lontano dalla realtà. Lisa è bella, desiderabile, una ragazza davvero in gamba. Lo nota persino il suo collega, che le fa la corte dal primo giorno in cui li hanno messi di pattuglia insieme.
Una giornata come le altre, un controllo di routine. Qualche rumore proviene dall’altra stanza, e la prospettiva di Lisa cambia per sempre. La situazione si è capovolta, le pistole ora sono puntate contro di lei. Il collega mandrillo è morto, lei è in trappola. Buio.
Rapita. Rapita e torturata. Una tortura sessuale, mani e lingue che esplorano ogni centimetro del suo corpo, sensazioni strane e ignote, adrenalina che entra in circolo e le annebbia la vista. Il suo compagno è morto, lei è ancora viva. Perché? Per una sveltina? Criminali incalliti non sono certo così stupidi da portarsela appresso per un po’ di sesso facile, sesso che potrebbero trovare a ogni angolo di strada. No, Lisa è importante, è una pedina ignara in un gioco pericoloso, molto più grande di lei…
Kiara Olsen è arrivata da poco nel mondo lella letteratura erotica ma ha già scolpito il suo nome nella roccia. Sensualità, passione e perversione convivono felici in ogni sua pagina, un intreccio di sentimenti ad alto potenziale ma, questo è il bello, mai volgare.
Una storia banale che prende una piega inaspettata, un girotondo di sentimenti contrastanti che vi scalderanno il cuore e pomperanno adrenalina fino alla fine di questa storia, una storia che divorerete in pochi minuti, un ritmo che non vi lascerà riprendere fiato finché…
Da leggere in un sol sorso, centellinarlo sarebbe un dispiacere…
Titolo: Codice Orgasmo
Autore: Kiara Olsen
Editore: Eros Cultura
Pagine: 50
Euro: € 1,99
Edito: 2013

Grazie, Roberto!

Tu non esisti – 1° capitolo

La sabbia è bagnata sotto i miei piedi scalzi. Il mare, una distesa di infinito buio.
Mi siedo, incurante dell’umidità che rapidamente inizia a impregnarmi i vestiti; mi abbraccio le gambe poggiando il mento sulle ginocchia.
Sospiro.
Alzo lo sguardo verso il cielo stellato sentendomi piccolo e invidioso della maestosità dell’universo. La luna, un’esile falce, è velata da una nuvola solitaria. È  un vero peccato non poter ammirare il suo flebile chiarore diffondersi sulla superficie delle onde.
L’odore della salsedine mi solletica le narici: inspiro profondamente, socchiudendo gli occhi. Il ricordo di mille altre notti come questa si riversa nel mio cervello, facendomi fremere di impazienza per quello che verrà.
Che meraviglia, non potrei mai farne a meno. Del mare. Della notte. Della pace.
La nuvola si è spostata, e la luna ora risplende in tutto il suo incanto.
Vorrei toccarla per essere certo che esiste.
Invece mi tocco la fronte imperlata di sudore, spostando una ciocca di capelli dagli occhi, vivi testimoni del mio essere nudo davanti alla potenza dei miei desideri.
Un brivido mi percorre la schiena. È tempo di andare.
Il coltello, già sporco del suo sangue, è improvvisamente più leggero nella mia tasca.
Come sempre, la magia si è compiuta: l’anima si è acquietata, il cuore ha iniziato a pulsare impalpabile e profondo.
I miei sensi sono pronti a godere ogni istante dell’avventura che sta per iniziare.
Che è iniziata. Sette ore fa.
Mi dà fastidio la sabbia nelle scarpe mentre cammino spedito sul lungomare con le mani infilate nei jeans. Non c’è anima viva.
Sorrido, pensando alla folla multietnica che invade il paese durante l’estate e lo abbandona quando le prime foglie iniziano a cadere dagli alberi.
Mi sbagliavo: qualcuno c’è.
Ho appena oltrepassato una coppia avvinghiata nell’oscurità di un androne, le loro risatine soffocate mi accompagnano per un breve tratto.
Forse stasera sarà la volta buona, forse la ragazza gli permetterà di salire in casa sua e di possedere il suo giovane corpo per la prima volta.
O forse no.
Accelero il passo, la mente rivolta a Lei.
So che mi sta aspettando.
Lo so perché l’ho imparato sulla mia pelle. La prima volta… Dio, non riesco ancora a pensarci senza che la rabbia si espanda dentro di me come un fumo velenoso.
Era bella, bellissima e fiera. Aspettai troppo poco tempo, non ero pronto ad affrontarla, e lei non era abbastanza spaventata. O magari lo era, ma aveva ancora la forza per ribellarsi e lottare contro di me.
L’ho uccisa prima che l’avventura potesse avere inizio. Che inutile spreco.
La chiave gira nella serratura con un colpo secco. Sono a casa. La luce al neon della cucina illumina la stanza di un bagliore freddo e indifferente; butto il giubbotto di jeans sul tavolo, e mi prendo una birra.
Ora sono davvero pronto. E anche Lei lo è.
Scendo le scale tenendo in mano una torcia elettrica.
La tavernetta è la mia stanza preferita. È la mia stanza dei giochi.
Le telecamere riprendono ogni angolo, ogni millimetro quadrato di questo luogo di delizie e di torture. Affinché il mio piacere possa reiterarsi all’infinito.
Muri e soffitto sono dipinti di blu, il pavimento è ricoperto da una folta moquette azzurra, due poster raffiguranti il sistema solare e gli anelli di Saturno riempiono un’intera parete.
Il letto a baldacchino in ferro battuto occupa una buona parte del locale; le tende che lo circondano, di candida organza, creano un’atmosfera intima ed eccitante.
Un piccolo tavolo rettangolare e due sedie sono sistemati lungo la terza parete, mentre sulla quarta si affacciano due porte: il bagno, e l’incubatoio.
Ed è proprio qui che Lei mi sta aspettando. In questa stanzetta di tre metri per tre, vuota e fredda. Buia. Completamente fuori dal mondo.
L’esperienza mi ha insegnato che dopo aver trascorso il giusto tempo in questo luogo, la mia preziosa Sally è disposta a fare qualsiasi cosa pur di non tornarci.
È  stato difficile capire quale fosse il giusto tempo: troppo poco… bah, indomabili; troppo… impazzite, o già morte.
Spengo ogni luce prima di posare la mano sulla maniglia della porta e aprire.
Il fascio luminoso della torcia la investe impietoso.
«Alzati.»
Ubbidisce senza emettere un solo suono attraverso il bavaglio che le impedisce di parlare. Gli occhi, di un caldo nocciola, le lacrimano per l’improvvisa luminosità.
Resta in piedi di fronte a me, il corpo nudo immobile, quasi a sfidarmi. Immagino le sue mani strette a pugno, ammanettate dietro alla schiena.
Sorrido.
«Non dire niente se non per rispondermi…» le ordino, strappando via la stoffa che le riempie la bocca. «Hai diritto a chiedere una cosa soltanto: fai la domanda giusta, e sopravvivrai.»
«Acqua… per favore.»
Interessante. Potrebbe essere quella giusta.
«Cammina» sibilo, afferrandola per il braccio dove qualche ora fa è affondata la lama del mio coltello. La sento irrigidirsi, ma non protesta.
Ancora più interessante.
La conduco nel bagno, richiudo la porta dietro alle nostre spalle, accendo la luce crudele.
Mi guarda riempire un bicchiere e avvicinarlo alle sue labbra. Beve avidamente lasciando colare l’acqua lungo le guance, gli occhi fissi nei miei.
Il taglio sul suo avambraccio non è profondo, il sangue si è rappreso abbastanza velocemente.
È  bella, ogni curva al posto giusto… è più che bella, è sensuale, è eccitante… devo trattenermi per non allungare una mano e toccare il suo seno perfetto. Né piccolo né grande, ma sodo e meravigliosamente esposto al mio sguardo.
Ecco un’altra cosa che ho imparato: vanno lasciate al buio, legate e imbavagliate, nude. Senza i vestiti addosso, anche quelle che avrebbero il coraggio di tentare qualcosa, partono svantaggiate. La maggior parte delle volte non tentano nulla.
«Ancora…» mormora, vedendomi posare il bicchiere.
«Zitta» ringhio, obbligandola a sedersi sul gabinetto.
«Non… posso» balbetta, deglutendo a vuoto.
«Peggio per te» concludo, riafferrandola per il braccio ferito.
Spengo la luce e accendo la torcia, prima di trascinarla di nuovo verso l’incubatoio.
«Ti prego, no… non lasciarmi… lì!» rantola, puntando i piedi.
Il manrovescio la colpisce con violenza: cadrebbe se non la trattenessi con l’altra mano.
«Zitta!» ripeto, puntandole il fascio luminoso negli occhi. «Ti conviene imparare le regole del gioco, prima del mio ritorno.»
Le infilo gli auricolari di un ipod nelle orecchie, sistemandoglielo in vita con una cintura, prima di spingerla all’interno della stanza buia e fetida.
«Se osi toglierteli, sei morta.»
Non ribatte. Attraverso la porta sento i suoi singhiozzi soffocati.
Non devo avere fretta, per oggi è sufficiente così.
Risalgo le scale fischiettando. Sono le quattro del mattino, credo che dormirò qualche ora. Tanto, non ho nulla da fare, o da guardare.
Sally è impegnata. La mia voce le terrà compagnia per molto tempo.
Regola numero 1: domanda giusta, sarai premiata. Domanda sbagliata, sarai punita.
Regola numero 2: non chiederti se morirai. Tu non esisti.