Demoniac Sex’s Symphony – 2°capitolo

Non so perché io mi trovi in questo posto. Roba di gran classe. Champagne e caviale.
L’intero mio abbigliamento costa la metà di un paio di scarpe indossate da una qualsiasi delle donne presenti. E dire che per l’occasione ho rispolverato il mio abito migliore. Gesù, e ho anche la cravatta macchiata. La giacca pare più grande di due taglie. I pantaloni sono sgualciti. E ho un bel buco sotto una suola. Ma se sono bravo, almeno questo non si noterà. Nel complesso, sono assolutamente fuori luogo. Del resto, è la storia della mia vita.
Essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Meglio berci su. Afferro un bicchiere, uno qualsiasi, che un solerte cameriere porta in giro sopra un luccicante vassoio. Cocktail! Lo butto giù in un sorso. Non sa di un cazzo, non mi fa alcun effetto. Brodaglia per astemi. Ma tant’è, si vede che i fini intenditori preferiscono questo a un sano e robusto whisky. Mi adeguo. E nel frattempo mi guardo attorno.
La villa è davvero lussuosa. Gli dev’essere costata un capitale. Il salone è più grande dell’appartamento in cui vivo. Non che ci voglia molto, a dire il vero. Comunque, è sicuramente scenografico.
Passa un altro cameriere. Lo afferro con decisione per il braccio.
«Come ti chiami?»
«Hugo, signore!» risponde con deferenza.
Lo guardo con simpatia. L’unico essere umano qui dentro.
«Senti un po’, Hugo» bisbiglio in modo complice. «Sono sicuro che di là in cucina ci sia roba un po’ più forte di questa acqua di rose che porti in giro. Perché non me ne allunghi un poco?»
Il mio occhiolino lo diverte. Sorride, per poi ricomporsi immediatamente, che se lo avessero beccato…
«Vedrò quel che posso fare per il signore» borbotta, prima di allontanarsi.
Povero Cristo. Dev’essere dura lavorare tappandosi il naso in mezzo a tutti questi stronzi.
Mentre aspetto Hugo, che so non mi deluderà, scruto i presenti. Festa di manichini. Ognuno pare indossare una maschera. Solo che le maschere sono tutte identiche fra loro. Le donne con le tette rifatte, i culi gonfiati, le labbra esagerate, gli zigomi sporgenti, il medesimo taglio di capelli, lunghi vestiti da sera neri e diamanti in abbondanza. E gli uomini non sono da meno, tronfi palloni gonfiati, ognuno pronto a declamare i propri successi. Cristo, mi sembra di essere uno con l’uccello piccolo capitato in mezzo a un raduno di attori porno!
Finalmente torna Hugo. Senza farsi notare mi allunga una bella birra ghiacciata. Lo ringrazio con un cenno del capo. Esco in veranda senza dare nell’occhio e mi avvento sulla birra. Dopo un paio di sorsate già la situazione mi pare in netto miglioramento. Mi accendo una sigaretta. Anche in questo sono fuori luogo. Fra Cohiba e Montecristo, le mie Pall Mall stonano di brutto. Ma tant’è!
Sono così assorto nei miei pensieri che non la sento arrivare.
«Non si sta divertendo, per caso?»
La sua voce melodiosa mi fa trasalire. Mi volto. La fisso. Virginia. La compagna del padrone di casa. Bella, bellissima.
«Diciamo che non sono abituato a questo genere di feste» rispondo burbero.
«E a cosa, se posso permettermi, è abituato?» mi domanda in modo un po’ troppo civettuolo.
Decido al volo che non mi piace. Le puttane d’alta classe non mi sono mai andate a genio. Fingono di essere gran signore, ma, a parte la figa a pagamento che si ritrovano, mancano di tutto il resto. La guardo truce.
«Senti, bambola… Diamo un senso a questa serata. Che ne dici di un bel pompino?»
I suoi occhi corrono prima lungo il mio abito. Quindi mi fissa indignata, per poi passare allo schifato. Si volta e se ne va.
Diavolo! Non fosse stato per il vestito, me lo avrebbe fatto di sicuro. Ne sono certo. Ma si vede che non è serata.
Mi giro a guardare l’immenso parco che circonda la villa. Ha ricominciato a diluviare. È da settimane che continua a piovere. Che tempo del cazzo! Inizio a sentire freddo. Butto giù le ultime sorsate della birra di Hugo. Almeno questa mi riscalda un po’. E così non sento arrivare nemmeno lui.
«Perché mi offendi? Perché mi insulti proprio a casa mia?»
Conosco bene quella voce. Mi volto a osservare Gabriel. Lo guardo con la mia aria più innocente. Non abbocca.
«Sei stato molto scortese con la mia fidanzata.»
Sollevo le mani in un gesto di scusa.
«Oh, ma perché? Quella era la tua donna? Ti giuro, Gabriel, mi devi credere, non lo sapevo. Se lo avessi saputo, non le avrei mai detto una cosa del genere. Pensavo fosse una delle tante troie che ci sono a questa festa!»
Purtroppo non riesco a restare serio e mi lascio sfuggire un ghigno divertito. Gabriel serra i pugni, ma si trattiene. Poi sorride. La cosa un po’ mi spiazza, lo ammetto.
«Sai perché ti ho invitato, questa sera?» mi domanda alla fine.
Faccio spallucce, fingendomi disinteressato. Ma in fondo sono curioso. Già, che cazzo ci faccio io qui questa sera? Le sue parole diventano un sibilo, taglienti come una lama affilata.
«Vent’anni fa, quando eravamo amici inseparabili, tu eri in rampa di lancio. Tutti avevano occhi solo per te. Eri l’astro nascente della musica, quello che sarebbe diventato il più grande compositore di tutti i tempi. E il piccolo e sfigato Gabriel? Io vivevo nella tua ombra, ero il tuo portaborse, quello che si cibava delle tue briciole, dei tuoi avanzi, delle scopate che tu scartavi.»
Pausa a effetto. Mi fissa. I suoi occhi trasudano odio.
«E guarda oggi, invece. Osservati! Vesti che fai schifo, vivi nella merda e il tuo nome fa meno rumore di una scorreggia di cane. E poi guarda me. Guarda dove sono arrivato, cos’ho fatto, cos’ho costruito.»
La sua mano corre a trecentosessanta gradi per rafforzare il concetto.
«Ti ho invitato questa sera perché la constatazione del tuo fallimento sottolinea il mio successo. E lo rende ancor più dolce.»
Mi guarda. Si aspetta una risposta. Lo guardo. Decido di accontentarlo.
«Uhm… non ho ben capito. Allora me lo fai tu il pompino?»
Si vede che il senso dell’umorismo non è da tutti. Gabriel serra la mascella.
«Fuori di qui!»
«Ok, ma prima o dopo?»
Strabuzza gli occhi, interdetto.
«Prima o dopo di cosa?»
«Del pompino, ovvio!»
Adesso è veramente incazzato.
«Vattene immediatamente o ti faccio sbattere fuori a calci in culo!»
«Calmo, calmo. Non c’è bisogno di calci in culo. Soffro già di emorroidi e questo basta e avanza. Ok, me ne vado. Grazie comunque della serata. È stato bello rivederti, Gabriel.»
Sfodero il mio più bel sorriso di circostanza. Non attendo oltre. Esco. Sotto la pioggia. La soddisfazione che provo è impagabile.
Prima di tornare a casa faccio il giro dei soliti bar, giusto per non rientrare sobrio in quella topaia dove abito. Raggiunta una soglia dignitosa, mi avvio barcollando, zuppo di alcool e di pioggia. Entro e chiudo la porta sbattendola con violenza, tanto per far sapere ai vicini che sono rincasato.
Mi svesto. Rimango in mutande. Vado in bagno. Vomito. Mi chino sul lavandino per risciacquarmi la faccia. Mi guardo allo specchio. Non mi piace quel che vedo. Mi chino di nuovo. Altra spruzzata d’acqua. Mi risollevo. Punto gli occhi nello specchio.
Cristo santo, ma sto delirando? Mi butto altra acqua in faccia. Torno a fissare lo specchio. Poi mi volto di scatto.
«E tu chi cazzo sei? Come hai fatto a entrare?»
Lei è lì. In piedi. Di fronte a me!

Andrea Lagrein

Demoniac Sex’s Symphony – 1°capitolo

Il drink mi scivola in gola fresco e leggero. Non è il primo della serata, ma non sento gli effetti dell’alcool annebbiarmi la mente. Anzi, sono lucida e annoiata.
Il pub è male illuminato, e questa è una fortuna: meglio non vedere con troppa chiarezza le pareti scrostate e macchiate dall’umidità, così come i tavoli e le sedie incisi e invecchiati dai gesti sconsiderati degli avventori e del tempo. Peccato non ci sia modo di smorzare l’odore stantio degli esseri umani assiepati a cercare un po’ di calore, o di conforto, o entrambi, cercando di sfuggire alla morsa del gelo che tiene sotto scacco la Città.
Un tipico sabato sera.
«Ehi, come hai detto che ti chiami?»
La bionda seduta di fronte a me, ubriaca e fatta di qualche porcheria sintetica, mi posa una mano sul braccio, sollevando uno sguardo vacuo a incontrare i miei occhi di pece.
Me l’ha chiesto a più riprese negli ultimi trenta minuti, non so se schiacciarle il capo sul tavolo senza troppi riguardi o se trascorrere qualche minuto in bagno a raffreddare i bollenti spiriti.
Accavallo le lunghe gambe fasciate da stivali neri alti fin sopra il ginocchio, poi appoggio i gomiti sulla superficie scalfita del tavolino che ci divide e avvicino il viso al suo.
«Cazzo te ne frega?»
«Sei bella…» bofonchia, la bocca impastata.
Faccio scorrere indietro la sedia con un certo rumore, mentre mi alzo e mi porto al suo fianco. Mi basta un’occhiata alla sala per notare che gli uomini meno ubriachi hanno iniziato a sbavarmi sul culo. Certo li ha aiutati la minigonna che porto, sorrido e mi chino verso la ragazza.
L’afferro per i capelli e la tiro in piedi. Ho deciso per la seconda ipotesi.
«Mi chiamo Alyssia. Meglio per te se non mi stai facendo perdere tempo.»
«Ahia! Ma sei matta?»
«Cammina…» le sibilo sul collo, spingendola avanti a me. «Ti piacevo, no? Cammina!»
Entriamo nei bagni deserti e maleodoranti, una lampadina solitaria pende dal soffitto distribuendo luce a intermittenza.
«Dentro.»
Il loculo nel quale ci troviamo non ci dà una grande libertà di movimento, ma la cosa non ha importanza. Appoggio un piede sul water, mentre penso che indossare una gonnellina plissettata è stata un’ottima scelta.
«In ginocchio, muoviti.»
«Fa schifo…» si lamenta, strabuzzando gli occhi chiari. «Non possiamo andare…»
«No.»
Lo schiaffo la sorprende, barcolla e finisce contro la parete ricoperta di graffiti.
«In ginocchio.»
Tira su col naso, il suo sguardo è di nuovo vacuo… La troietta deve avere in corpo un bel mix di robaccia. Non che la cosa mi riguardi, a meno che non le impedisca di leccare.
«Non hai… le mutandine» osserva, le mani appoggiate a terra e la testa in mezzo alle mie gambe.
«Così pare. Le tue prossime parole saranno le ultime, se non mi soddisfi. Usa meglio quella boccuccia, tesoro…»
La sua lingua è tiepida sulla mia carne rovente. Mi accarezza appena, titubante. L’afferro con fermezza e le spingo la faccia contro il mio sesso umido.
«Non mi interessa se non respiri, datti da fare! Hai capito?»
Miagola qualcosa di incomprensibile, poi ci mette l’impegno giusto: lunghe leccate morbide, brevi incursioni sul clitoride eretto, languidi risucchi accompagnati da sospiri di godimento.
Appoggio la schiena al muro, mettendomi comoda. Le scritte pittoresche mi distraggono quel tanto che basta per impedirmi di venire troppo presto.
Se ha voglia di cazzo chiamami. Stallone instancabile.
Sorrido, quasi quasi potrei segnarmi il numero di telefono e divertirmi un po’.
«Dài, stai andando bene, sei brava… Quante fighe hai leccato finora? Mi sembra non ti manchi l’esperienza…» le dico, una mano sempre sulla sua testa. «Ma ti torcerò il collo lo stesso, se la prossima volta che ti incontro non avrai un piercing sulla lingua. Sono stata chiara?»
Geme tentando di sollevarsi, le ordino di restare carponi e di non osare toccarmi con quelle zampe luride.
Infilo le dita ad accarezzarmi la pelle setosa, me le faccio succhiare, mi masturbo costringendola a insistere sul mio punto più delicato.
Finché i miei umori le inondano la bocca, dolci e succosi.
«Brava, cagnetta… continua a leccare, fino all’ultima goccia…» la blandisco, prima di invertire la posizione delle gambe. «Per bene, in profondità… così, vedi che sei capace? Voglio sentirti, cazzo, tira fuori ‘sta lingua! Oh, ci voleva tanto?»
Evidentemente la zoccola ha bisogno di essere spronata per dare il meglio di sé. Me lo ricorderò, la prossima volta che avrò voglia di un diversivo.
«La mano. Anche la mano ha bisogno di essere ripulita, non ti pare?»
Non dice nulla, si limita a succhiare ogni dito con calma, gli occhi chiusi, il respiro affannoso.
Mi sistemo la gonna ed esco dal bagno, lasciandola inginocchiata a terra. Una rapida occhiata allo specchio, incrinato nel senso della lunghezza, mi mostra due occhi lucidi e luminosi. Mi ravvivo i riccioli neri che mi ricadono sulle spalle, poi mi volto indietro verso di lei.
«Ti muovi?» brontolo, battendo il piede contro le mattonelle gelide.
Si alza barcollando, mi segue al tavolo in silenzio. Mi siedo facendo cenno al barista di portarmi il solito.
Mentre lei si accuccia per terra, al mio fianco, fissando ostinatamente il pavimento.
Mi guardo intorno senza soffermarmi su nessuno, aspetto il mio drink e mi domando in che modo concludere una serata oltremodo monotona.

Kiara Olsen

Recensione 3 di Tu non esisti

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Tu non esisti

Pepper85, 07/05/13
Bellissimo thriller! Non solo erotico, questo libro fa contorcere lo stomaco! Vi consiglio di leggerlo se vi piacciono le sensazioni forti e non solo se amate il genere!

Roberto Baldini, 07/05/13
Un thriller intenso… Cercate erotismo pecoreccio e splatter? Allora girate al largo, qui troverete passione pura e torture talmente raffinate da tenervi incollati alle pagine anche se vi si aggroviglieranno le interiora… Per palati forti… ma forse anche quelli deboli gradiranno…

Massimo Landini, 12/10/13
E’ forte per l’argomento che descrive. E’ forte per la cruda verosimiglianza delle descrizioni. E’ forte per quanto è crudo fino a diventare fastidioso per i più sensibili. E’ forte perché Kiara è forte e decisa. E’ forte perché curato nei minimi dettagli compreso l’intricato fondersi di storie che si dipanano solo in un inatteso finale. Bello.

Lisa, 13/06/15
COME POSSO ESPRIMERE QUELLO CHE FA PROVARE QUESTO LIBRO???SONO PASSATE ORMAI DUE SETTIMANE DALLA FINE DELLA LETTURA , AVEVO BISOGNO DI TEMPO PER ELABORARE , PER PENSARE… PER ALTRI GENERI AVREI DETTO FANTASTICO, PER ” TU NON ESISTI” NON è QUELLO L’AGGETTIVO, MI HA FATTO VENIRE I BRIVIDI ,MI HA SCANDALIZZATO PER LA DUREZZA DEL TESTO , HO SPERATO ANCHE SE PER POCHISSIMO IN UN LIETO FINE, MA QUESTO LIBRO è COME LA VITA VERA … DURA IMPLACABILE E SCONVOLGENTE BISOGNA ESSERE FORTI PER LEGGERLO MA NON RIMPIANGO NULLA …ORA DOPO AVER LETTO , LO RICOMPREREI , LO RILEGGEREI E LO CONSIGLIEREI ????? CERTO CHE SI NONOSTANTE LA PENA NEL CUORE QUESTO è UN LIBRO DA LEGGERE!!! E BISOGNA SPERARE DI NON INCONTRARE MAI I PROTAGONISTI , PERCHE’ QUESTA POTREBBE ESSERE UNA STORIA DI VITA , ESTREMIZZATA???? FORSE SI……. O FORSE NO…….

Roby 77, 01/11/15
Libro del genere dark erotic triller… consiglio ad un pubblico con un forte” stomaco ” in quanto contiene la descrizione di scene molto forti…scrittura scorrevole… ti rapisce in un giorno letto !!!!

carnen trilogy, 04/06/16
Per principio, ogni libro che inizio, lo devo per forza terminare
Ok, è un dark, ma pensavo fosse ai livelli di alcuni che ho letto in precedenza e che pensavo fossero forti.
Grandissimo errore. Qui ci vuole stomaco.
Vi dico la verità, stanotte non riuscivo a prendere sonno, mi passavano davanti agli occhi, le immagine lette, puro orrore e terrore.
Può piacere o no, ma questa autrice, sa veramente scrivere.

Pascqualetti Michela, 17/08/16
Ero indecisa se continuare a leggere o meno.. ma nonostante tutto, il coinvolgimento diventa così forte che tra rabbia, brividi di paura, muscoli contratti e respiro corto non ho potuto non scoprire la fine… che avrei desiderato essere diversa.. il lieto fine avrebbe sicuramente potuto essere scontato ma mi sarebbe piaciuto qualcosa di più sorprendente.

Gaspare, 21/08/16
Entusiasmante, avvincente, le pagine scorrono sotto le dita e vuoi continuare a leggere. Chi è il torturatore? Chi è la prigioniera? Chi è Sally? Inutile pensare di aver individuato chi è chi, i colpi di scena e le rivelazioni ti terranno in sospeso fino all’ultima riga.

Recensione 2 di Tu non esisti


Tu non esisti

Ecco una nuova recensione per il mio libro, Tu non esisti,

pubblicata sul sito Sololibri.net 


La mente umana è il più grande mistero dell’umanità. Pensare di uccidere, torturare o semplicemente far del male a persone uguali a noi è un’idea che fa rabbrividire al solo pensiero eppure accade.

Sally è una ragazza giovane, una ragazza come tante, una ragazza che sogna l’amore, la felicità, un lavoro, una famiglia. Purtroppo il suo destino cambierà un giorno, il giorno in cui incontrerà lui… In realtà Sally non è il suo vero nome, bensì il nome datole dal suo carnefice. Un nome che evoca, in quel pazzo, ricordi piacevoli, ricordi di una ragazza che gli donava piacere, gli donava il proprio corpo, e lui si era preso anche la sua anima… Sally non c’è più, è riuscita a sfuggire alla ferrea morsa dell’assassino, abbracciando le gelide braccia della signora con la falce. Una punizione? No, puro sollievo…

Bea è una ragazza come tante, come Sally. Esce con le amiche, praticano sport, cercano il sesso e, forse, un po’ d’amore. A dire il vero Bea è totalmente inesperta negli ultimi due campi e fatica non poco a lasciare andare il suo cuore. Finché, un giorno, non conosce un ragazzo che all’apparenza è il principe azzurro perfetto: bello, elegante, romantico. Solo… forse un po’ possessivo. Un piccolo neo in un cuore puro, o una malvagità ben celata sotto la superficie sfavillante?

Cos’hanno in comune Bea e Sally? Sono vittime predestinate dello stesso gioco o, forse, per una di loro esiste la possibilità di un lieto fine?

Il mondo della letteratura non è avaro di vicende riguardanti serial-killer e psicopatici, ma una storia narrata con raffinatezza ed eleganza non faticherà a trovare spazio in un panorama così affollato. Kiara Olsen scrive con inchiostro nero ma anche lordo di sangue, descrive torture fisiche e psicologiche, sferra pugni nello stomaco a raffica, ma lo farà con un’eleganza che non farà chiudere il libro, schifati. Anzi, il ritmo narrativo vi farà girare una pagina dopo l’altra, vi sommergerà di parole fredde e bollenti, sino a una fine che vi lascerà… a questo punto lo lascio decidere a voi, ma qualcosa vi rimarrà, questa è la missione di chi scrive. Un libro da leggere in un fiato o da centellinare, a seconda di ciò che il vostro cuore e la vostra mente potranno assimilare. Amore e crudeltà che si scontreranno e lasceranno un campo di battaglia colmo di vittime e forse qualche vincitore…

Recensione 1 di Tu non esisti

Ecco a voi la prima recensione di Tu non esistiTu non esisti

E tu, l’hai già letto? Se non l’hai ancora fatto, ti consiglio di visitare questo link e di lasciarti catturare… Tu non esisti

“In una stanza buia, una ragazza aspetta nuda e legata.
L’aguzzino ha un volto e un nome, che Sally non può nominare. Anzi, a ogni richiesta di spiegazioni per essere stata sequestrata, la ragazza ottiene in cambio torture, sevizie, violenza carnale.
L’unico scopo del carceriere sembra essere quello di annullare la sua mente, di renderla succube sia psicologicamente, sia fisicamente, in una parola alienarla. E per raggiungere tale obiettivo, il boia fa leva sulla privazione di libertà e di cibo, nonché sulla costrizione a subire pratiche sessuali estreme e dolorose, unite a torture di ogni sorta, con l’intento di rendere reale il perverso ritornello che la sua psiche malata continua a ripetere: Tu non esisti.
Intanto, una compagnia di ragazzi, i quali trascorrono il tempo libero tra relax e partite di tennis presso un centro sportivo, incrocia due uomini più maturi, misteriosi e affascinanti, oscuri e intriganti. Le giovani donne del gruppo sono attratte dalle nuove conoscenze, e due di loro si lasciano coinvolgere dalla frizzante curiosità, da un pruriginoso magnetismo che le condurrà verso la scoperta di un finale inatteso.

Tu non esisti, il romanzo d’esordio di Kiara Olsen, è un thriller erotico ad alta tensione.
Il racconto si apre nella prima parte col particolareggiato tratteggio del rapporto carnefice/vittima, il perverso ritratto psicologico che delinea un uomo chino all’abiezione più totale, dedito alla sottomissione e alla percezione assoluta di sé. La trama quindi si evolve con un cambio di registro formale quando viene presentata la compagnia di amici, arricchendo la scena di nuovi colori e sfumature.
L’Autrice si rivela non solo per l’abilità stilistica di proposta del soggetto, ma anche per la capacità di tessere una trama assolutamente imprevedibile, gettando indizi al lettore qua e là nel racconto. Proprio il lettore, infatti, viene quasi sfidato nella scoperta del segreto del thriller dalla Olsen, che mostra l’originalità dello schema assumendosi l’onere di riallacciare sul finale tutti i fili sparsi tra le pagine.
Kiara Olsen costruisce l’architettura formale del testo con un sapiente lavoro di dosaggio dei vari ingredienti che spaziano dal giallo, alla psicologia, agli espliciti riferimenti carnali. Il sesso estremo, tematica fondante ma non unica nel testo, è descritto, sì, senza indugio, tabù o intento pornografico, ma anche senza lesinare dettagli, talvolta rivoltanti, peculiari di talune pratiche sessuali.
Tu non esisti è un romanzo per stomaci forti e lettori attenti, il giusto compromesso per restarne soddisfatti.”

Tu non esisti – 1° capitolo

La sabbia è bagnata sotto i miei piedi scalzi. Il mare, una distesa di infinito buio.
Mi siedo, incurante dell’umidità che rapidamente inizia a impregnarmi i vestiti; mi abbraccio le gambe poggiando il mento sulle ginocchia.
Sospiro.
Alzo lo sguardo verso il cielo stellato sentendomi piccolo e invidioso della maestosità dell’universo. La luna, un’esile falce, è velata da una nuvola solitaria. È  un vero peccato non poter ammirare il suo flebile chiarore diffondersi sulla superficie delle onde.
L’odore della salsedine mi solletica le narici: inspiro profondamente, socchiudendo gli occhi. Il ricordo di mille altre notti come questa si riversa nel mio cervello, facendomi fremere di impazienza per quello che verrà.
Che meraviglia, non potrei mai farne a meno. Del mare. Della notte. Della pace.
La nuvola si è spostata, e la luna ora risplende in tutto il suo incanto.
Vorrei toccarla per essere certo che esiste.
Invece mi tocco la fronte imperlata di sudore, spostando una ciocca di capelli dagli occhi, vivi testimoni del mio essere nudo davanti alla potenza dei miei desideri.
Un brivido mi percorre la schiena. È tempo di andare.
Il coltello, già sporco del suo sangue, è improvvisamente più leggero nella mia tasca.
Come sempre, la magia si è compiuta: l’anima si è acquietata, il cuore ha iniziato a pulsare impalpabile e profondo.
I miei sensi sono pronti a godere ogni istante dell’avventura che sta per iniziare.
Che è iniziata. Sette ore fa.
Mi dà fastidio la sabbia nelle scarpe mentre cammino spedito sul lungomare con le mani infilate nei jeans. Non c’è anima viva.
Sorrido, pensando alla folla multietnica che invade il paese durante l’estate e lo abbandona quando le prime foglie iniziano a cadere dagli alberi.
Mi sbagliavo: qualcuno c’è.
Ho appena oltrepassato una coppia avvinghiata nell’oscurità di un androne, le loro risatine soffocate mi accompagnano per un breve tratto.
Forse stasera sarà la volta buona, forse la ragazza gli permetterà di salire in casa sua e di possedere il suo giovane corpo per la prima volta.
O forse no.
Accelero il passo, la mente rivolta a Lei.
So che mi sta aspettando.
Lo so perché l’ho imparato sulla mia pelle. La prima volta… Dio, non riesco ancora a pensarci senza che la rabbia si espanda dentro di me come un fumo velenoso.
Era bella, bellissima e fiera. Aspettai troppo poco tempo, non ero pronto ad affrontarla, e lei non era abbastanza spaventata. O magari lo era, ma aveva ancora la forza per ribellarsi e lottare contro di me.
L’ho uccisa prima che l’avventura potesse avere inizio. Che inutile spreco.
La chiave gira nella serratura con un colpo secco. Sono a casa. La luce al neon della cucina illumina la stanza di un bagliore freddo e indifferente; butto il giubbotto di jeans sul tavolo, e mi prendo una birra.
Ora sono davvero pronto. E anche Lei lo è.
Scendo le scale tenendo in mano una torcia elettrica.
La tavernetta è la mia stanza preferita. È la mia stanza dei giochi.
Le telecamere riprendono ogni angolo, ogni millimetro quadrato di questo luogo di delizie e di torture. Affinché il mio piacere possa reiterarsi all’infinito.
Muri e soffitto sono dipinti di blu, il pavimento è ricoperto da una folta moquette azzurra, due poster raffiguranti il sistema solare e gli anelli di Saturno riempiono un’intera parete.
Il letto a baldacchino in ferro battuto occupa una buona parte del locale; le tende che lo circondano, di candida organza, creano un’atmosfera intima ed eccitante.
Un piccolo tavolo rettangolare e due sedie sono sistemati lungo la terza parete, mentre sulla quarta si affacciano due porte: il bagno, e l’incubatoio.
Ed è proprio qui che Lei mi sta aspettando. In questa stanzetta di tre metri per tre, vuota e fredda. Buia. Completamente fuori dal mondo.
L’esperienza mi ha insegnato che dopo aver trascorso il giusto tempo in questo luogo, la mia preziosa Sally è disposta a fare qualsiasi cosa pur di non tornarci.
È  stato difficile capire quale fosse il giusto tempo: troppo poco… bah, indomabili; troppo… impazzite, o già morte.
Spengo ogni luce prima di posare la mano sulla maniglia della porta e aprire.
Il fascio luminoso della torcia la investe impietoso.
«Alzati.»
Ubbidisce senza emettere un solo suono attraverso il bavaglio che le impedisce di parlare. Gli occhi, di un caldo nocciola, le lacrimano per l’improvvisa luminosità.
Resta in piedi di fronte a me, il corpo nudo immobile, quasi a sfidarmi. Immagino le sue mani strette a pugno, ammanettate dietro alla schiena.
Sorrido.
«Non dire niente se non per rispondermi…» le ordino, strappando via la stoffa che le riempie la bocca. «Hai diritto a chiedere una cosa soltanto: fai la domanda giusta, e sopravvivrai.»
«Acqua… per favore.»
Interessante. Potrebbe essere quella giusta.
«Cammina» sibilo, afferrandola per il braccio dove qualche ora fa è affondata la lama del mio coltello. La sento irrigidirsi, ma non protesta.
Ancora più interessante.
La conduco nel bagno, richiudo la porta dietro alle nostre spalle, accendo la luce crudele.
Mi guarda riempire un bicchiere e avvicinarlo alle sue labbra. Beve avidamente lasciando colare l’acqua lungo le guance, gli occhi fissi nei miei.
Il taglio sul suo avambraccio non è profondo, il sangue si è rappreso abbastanza velocemente.
È  bella, ogni curva al posto giusto… è più che bella, è sensuale, è eccitante… devo trattenermi per non allungare una mano e toccare il suo seno perfetto. Né piccolo né grande, ma sodo e meravigliosamente esposto al mio sguardo.
Ecco un’altra cosa che ho imparato: vanno lasciate al buio, legate e imbavagliate, nude. Senza i vestiti addosso, anche quelle che avrebbero il coraggio di tentare qualcosa, partono svantaggiate. La maggior parte delle volte non tentano nulla.
«Ancora…» mormora, vedendomi posare il bicchiere.
«Zitta» ringhio, obbligandola a sedersi sul gabinetto.
«Non… posso» balbetta, deglutendo a vuoto.
«Peggio per te» concludo, riafferrandola per il braccio ferito.
Spengo la luce e accendo la torcia, prima di trascinarla di nuovo verso l’incubatoio.
«Ti prego, no… non lasciarmi… lì!» rantola, puntando i piedi.
Il manrovescio la colpisce con violenza: cadrebbe se non la trattenessi con l’altra mano.
«Zitta!» ripeto, puntandole il fascio luminoso negli occhi. «Ti conviene imparare le regole del gioco, prima del mio ritorno.»
Le infilo gli auricolari di un ipod nelle orecchie, sistemandoglielo in vita con una cintura, prima di spingerla all’interno della stanza buia e fetida.
«Se osi toglierteli, sei morta.»
Non ribatte. Attraverso la porta sento i suoi singhiozzi soffocati.
Non devo avere fretta, per oggi è sufficiente così.
Risalgo le scale fischiettando. Sono le quattro del mattino, credo che dormirò qualche ora. Tanto, non ho nulla da fare, o da guardare.
Sally è impegnata. La mia voce le terrà compagnia per molto tempo.
Regola numero 1: domanda giusta, sarai premiata. Domanda sbagliata, sarai punita.
Regola numero 2: non chiederti se morirai. Tu non esisti.