Martin & Radar – 4° parte

Ho voglia. Una dannata voglia.
Ma non adesso, non è il momento, mi riscuoto dalla trance che sembra averci colti entrambi e scendo. Rimetto i tacchi, afferro il flogger e torno di fronte a lui.
Le mollette sui capezzoli e sui fianchi sono così attraenti… Voglio farle saltare via con qualche colpo di frusta mirato. Martin è teso, sa perfettamente ciò che sta per accadere, abbiamo parlato un paio di volte in chat di questo mio piacere ombroso.
«Fa’ silenzio.»
Mi sposto di lato, e lascio che la mia mano diventi un tutt’uno con il flogger, che danzando ferisce l’aria e sibila sulla pelle.
«Mmm…»
Non riesce a trattenere i gemiti, e in fondo non è nemmeno ciò che desidero… Mi piace sentire i suoi lamenti, mi eccita a dismisura.
Quando anche l’ultima pinza cade a terra con un tonfo secco, scorgo nei suoi occhi una luce soddisfatta. Non sono ancora lacrime, ma il piacere è evidente.
Lo libero dalla prigionia alla parete, poi lo guido verso il tavolo. Le sue mani sono gelate. Di colpo mi paro di fronte a lui e me ne porto una in mezzo alle gambe.
«Porca putt…»
Lo schiaffo è forte e deciso, ma non mollo la presa sul suo polso.
«Stai. Zitto!» ringhio, fulminandolo con lo sguardo.
«Scusa. Scusami. Non mi… aspettavo… Dio, sei bollente!»
«Voglio un orgasmo. Ora. Muoviti.»
Le dita fredde sono un contrasto piacevolissimo con il calore della mia pelle. Pochi secondi e ottengo ciò che voglio.
«Leccale» gli ordino, prima di sedermi a osservare i suoi movimenti lenti.
Mi piace il suo sguardo al tempo stesso fiero e adorante. Come una sfida tacita e orgogliosa. Si aspetta di nuovo che da un momento all’altro io gli faccia male. Molto male.
«Martin, vieni qui. A quattro zampe. Sul tappeto.»
Naturalmente obbedisce all’istante. Lo lascio lì ad attendere per un po’, il capo rivolto in basso. A chiedersi cosa stia per accadere. Con l’erezione pulsante e viva. E il respiro nuovamente corto.
Dopo un ragionevole periodo di tempo, mi alzo e gli lego i polsi alle caviglie: fronte a terra, gambe divaricate, sedere in alto.
Infilo un guanto di lattice, prima di chinarmi a sfiorargli le natiche. Un sussulto, un gemito, un brivido che gli corre impazzito lungo le braccia: vedo i peli rizzarsi e mi sfugge un sorriso.
Il profumo del lubrificante giunge alle nostre narici nello stesso momento. Lo so perché all’improvviso il suo respiro cambia ancora, diventa irregolare e strozzato.
«Mi vuoi?»
«Sì. Sì, per favore…»
Che meraviglia di schiavo…

Martin & Radar – 3° parte

Afferro le cordicelle e le tiro, fino a mettergliele entrambe fra i denti.
«Regola tu l’intensità» mormoro, prendendo la candela.
La cera fusa ha un buon profumo. Penso a quando Radar ci giocherà con me. Ma scaccio il pensiero, l’eccitazione è già troppo intensa così…
Le prime gocce cadono lente sulle cosce. Martin stringe i denti in silenzio. Compiono un percorso che le porterà fino al traguardo. Man mano che mi avvicino all’asta eretta, il suo respiro si fa più affannoso.
Una, due, tre… Si agita un poco, stringe il cucchiaino che ha in mano, forse per dirmi che non lo lascerà.
«Tira le cordicelle, Martin… Meno tiri, più io mi avvicino con la candela alla tua pelle…»
Resiste a lungo, prima di obbedire con un ringhio strozzato in gola. Le mollette tendono i capezzoli, provocandomi un brivido. Poso la candela, mi sposto alle sue spalle, riprendo il flogger e gli passo accanto con indifferenza.
Il colpo risuona secco sull’esterno coscia, Martin sobbalza e questa volta si lascia scappare un urlo.
«Ehi, ehi! Così non va!»
Le cordicelle pendono inerti lungo il suo petto, ne prendo una fra le dita, quasi a soppesarla. I miei occhi sono fissi nei suoi. Si aspetta che gli faccia male, lo so.
Ma non ora, non quando vuole lui.
Chinata sul tavolo, so anche che ora ha la certezza che non indosso le mutandine. Mi sembra quasi di sentire il suo respiro sulla pelle.
Le forbici che mi compaiono in mano gli stirano per un istante i lineamenti del viso. Poi capisce che voglio tagliare le fascette alle caviglie e impercettibilmente si rilassa.
«In piedi.»
Obbedisce senza battere ciglio. Siamo quasi alti uguale, ora che è scalzo e io no. Adoro la sensazione che mi dà l’essere più piccola e imporre la mia volontà.
I polsi sono ancora legati dietro alla schiena. Lo faccio voltare e lo libero, solo per tornare a imprigionarglieli davanti a sé.
Nell’entrata c’è uno splendido attaccapanni a muro: è posizionato proprio come fa comodo a me. Lo spingo con la schiena contro la parete, poi mi servo di una sedia per bloccargli le braccia in alto, poco sopra la testa.
È una meraviglia, ho voglia di toccarmi solo a guardarlo.
Mi immobilizzo per qualche secondo: il mio bacino è davanti alla sua faccia, non avevo previsto questo particolare. Le sue narici fremono, l’istinto animale ha percepito il profumo della femmina.

Martin & Radar – 2° parte

«Martin, guardami!» gli ordino, mentre allungo una mano a sfiorare i morbidi tentacoli neri. «Guardami!»
Paura? Rabbia? Eccitazione? Cosa si agita in lui? Cosa fa sì che le pupille si dilatino e la lingua sfreghi nervosa sulle labbra secche?
«Hai sete?»
«Sì. Per favore.»
Verso l’acqua nel bicchiere, i tacchi fanno rumore sulle piastrelle mentre mi avvicino a lui. Che non solleva il viso, vincendo il desiderio di farlo. Lo faccio voltare stringendogli le guance con una mano: voglio che mi osservi bere. Pochi sorsi, poi la trattengo in bocca, poso il bicchiere e mi chino leggermente.
Capisce al volo, dischiude le labbra per ricevere il prezioso liquido. È eccitante da morire… Lo vedo deglutire, sfrego le cosce insieme per un riflesso involontario.
Basta giocare al gatto e al topo, è ora di fare sul serio. Prendo il flogger e glielo metto fra i denti, una sorta di ball gag. Poi gli infilo un cucchiaino fra le dita di una mano.
«La tua safe. Quando non puoi parlare. Lascialo cadere a terra e io mi fermo.»
Con studiata lentezza gli applico mollette ai capezzoli e ai fianchi. Gli sfugge qualche gemito, ma nel complesso il suo è uno sguardo di sfida. Ed è questa la molla che mi fa scattare qualcosa dentro.
Le cordicelle appese alle mollette sui capezzoli ondeggiano appena, arrivano a sfiorargli il pube. So che non sa, so che si domanda lo scopo.
Dietro di lui, allungo una mano ad afferrare il flogger, prima di rovesciargli la testa e ficcargli in bocca due dita che sanno di me.
«Vedi quanto mi ecciti? Zitto, succhia e sta’ zitto!»
Ormai la sua, di eccitazione, è molto evidente… Lo afferro di scatto con l’altra mano e la muovo in fretta, per un brevissimo attimo che gli strappa mugolii indistinti, senza smettere di invadergli la bocca.
«No, ti prego, no…»
Il suo rantolo mi segue mentre mi sto già allontanando. Torno sui miei passi e lo schiaffeggio. Forte. Per un momento gli occhi brillano di una luce fredda.
Ma sa bene che non deve parlare.

Martin & Radar – 1° parte

«Chiudi gli occhi.»
So che lo farà, so che abbasserà le palpebre prima che io apra del tutto. Il cellulare incollato all’orecchio, e il cuore che batte a mille.
«Volta le spalle alla porta. Resta lì. La safeword è il tuo nome. Altro non devi dire.»
Sono in piedi dietro di lui, che immobile attende. Solo il respiro lo tradisce. Vibra affannoso nell’aria. Lo trattiene per un attimo quando gli bendo gli occhi, poi lo rilascia in modo sottilmente rumoroso.
«Vieni dentro.»
Lo aiuto a girarsi e lo guido nell’appartamento. Trenta metri quadrati di confortevole normalità.
«Spogliati.»
Mi appoggio al muro, incrocio le braccia sul petto e lo osservo compiere movimenti impacciati per liberarsi degli abiti. Apprezzo molto il suo silenzio.
È mio, e lo sa.
Liscio il corto vestito nero con una mano, mentre con l’altra faccio ruotare la candela accesa, cosicché la cera si muova nell’incavo scavato dalla fiamma. Poi torno a posarla sul mobile.
Lui è nudo di fronte a me. Percepisco in modo chiaro il suo disagio. E ne godo. Sussulta quando mi avvicino. Sorrido e gli prendo le mani. Sono gelide.
«Siediti.»
Lo aiuto a prendere posizione sulla sedia di metallo voltata al contrario. Poi fisso le sue caviglie alla stessa con fascette di plastica. E infine anche i suoi polsi sono bloccati dietro alla schiena.
«Lo so, sono strette. Evita di muoverti e non ti faranno male.»
So che, privato della vista, gli altri suoi sensi sono più sensibili e tesi. Ascolta ogni rumore, immagina ogni mio movimento.
Immagina me.
All’improvviso lo afferro per i capelli e gli tiro indietro la testa, facendogli sfuggire un gemito. Mi chino a sfiorargli le labbra, ma quando capisce che sono così vicina, sono già lontana.
Sorrido. La sua frustrazione è evidente. E non solo quella…
«Ora ti toglierò la fascia. Tieni gli occhi chiusi ancora un momento. Ti dirò quando aprirli.»
Lo faccio sciogliendo il nodo con delicatezza, poi la lascio scivolare a terra e mi sposto di fronte a lui; mi appoggio al tavolo, incrocio appena le gambe fasciate da calze nere e gli ordino di guardarmi.
Leggo nei suoi occhi l’eccitazione. Si morde appena un labbro, forse per trattenere le parole che non ha il permesso di pronunciare. Butto dietro le spalle una ciocca di capelli, sono lunghi e ondulati e so bene che piacciono agli uomini.
Il flogger giace inerme sul tavolo fra noi. Come una promessa, come una minaccia. I suoi occhi seguono i miei e lo fissano per un lungo istante.