Gioia

Il profumo del mare le inonda le narici, risvegliando antichi ricordi ed emozioni perdute.
Seduta sul dondolo, Gioia osserva la luna specchiarsi fra le onde. Il chiarore che diffonde rende il buio lattiginoso e surreale, quasi un paesaggio da favola.
Gioia è nuda, a eccezione di un pareo stampato a motivi floreali che le fascia il corpo snello. Ha tirato su le gambe e appoggiato i talloni sul materassino, le cosce oscenamente aperte.
Una mano scivola lenta ad accarezzare la pelle liscia del pube, Gioia rabbrividisce.
L’altra mano indugia un poco sul petto ancora coperto, poi si infila rapida sotto la stoffa leggera, che con un fruscio si apre rivelando il candido seno.
I capezzoli, subito preda delle sue stesse dita, svettano duri nella notte stellata.
Le sfugge appena un gemito, mentre inizia a masturbarsi con lentezza, godendosi appieno la sensazione dell’orgasmo che sale imperioso, pronto a infrangersi contro gli scogli della coscienza.
Gioia sa di non essere sola, sa che gli occhi avidi di diversi ragazzini la stanno spiando attraverso la siepe che separa il suo giardino dal resto del mondo.
E proprio per questo motivo il suo piacere è così intenso e sconvolgente da travolgerla e strapparle un grido acuto.
Poi Gioia si accascia rilassata e soddisfatta, immaginando le mani scorrere lungo le giovani aste e i respiri affannosi e le fantasie indecenti scatenate dalla visione del suo corpo ribollente di lussuria.

Martin & Radar- 8° e ultima parte

Non mi basta, voglio di più. Voglio sentire il suo sapore, prendere una parte di Lui e farla mia. Sentire il suo piacere in bocca, giocarci, godermelo e gustarlo.
«I tuoi mugolii mi fanno impazzire» sussurra Radar, spostando le labbra lungo il mio collo.
«Mmm… ti prego…»
Non so come faccia a capire sempre ogni cosa al volo, ma rotola al mio fianco e si appropria del telecomando, cambiando intensità e tipo di vibrazione.
E io mi avvento su di lui ruggendo come una tigre affamata.
Lo mordo, lo ingoio, lo desidero intensamente, mentre l’ovetto mi stimola senza sosta. E poi… la sua mano fra i capelli, morbida, delicata, le dita che mi accarezzano la nuca, giocano con i boccoli e all’improvviso stringono e mi schiacciano, togliendomi il respiro.
Mi sento sua, e Lui è mio.
«Non ancora, baby!» esclama, tirandomi su di lui.
Gli faccio la linguaccia, prima di accoglierlo in me. Sono così bagnata ed eccitata che riesco ad avere un orgasmo dietro l’altro.
Mi sa che sono drogata di me stessa.
«Perché non mi racconti la sessione con Martin?»
Cazzo! Ti sembra il momento?
«No, non ora, dai…» miagolo, contorcendomi. «Ti voglio!»
«Anch’io, tesoro mio… Ma racconta lo stesso.»
Lo odio quando dice così. E mi guarda così. E mi scopa così.
Lo dice con quel tono, mentre mi guarda con l’anima e fa l’amore con me.
E io non posso fare altro che dire no, stuzzicarlo e arrendermi. Perché ciò che voglio è Lui, proprio com’è.
Il mio racconto è intervallato da sospiri e gemiti, che lo rendono ancora più interessante. Ed eccitante. Finché entrambi non possiamo attendere oltre.
«Mi piaci da impazzire. Quando giochi sei davvero una puttana spudorata!»
Lo fisso negli occhi mentre il suo seme mi inonda la bocca, caldo e mio.
Lui è ciò che voglio.
«Sì, lo sono. E la prossima volta giocheremo insieme.»
«Concesso, amore mio.»
E poi la sua risata unica riempie la stanza e il cuore, e io so già che la vorrò sentire in eterno.

Martin & Radar – 7° parte

Io e Radar facciamo sesso. Facciamo l’amore. I corpi si toccano, le anime si sfiorano, i cuori battono all’unisono.
Mi sento languida, morbida e molto, molto eccitata. È Lui, è la situazione, è l’adrenalina, è il gioco, è il sapere che l’altro è davvero ciò che vogliamo.
Non sono né tigre né gatta, sono Donna.
Completa.
Perché?
La mia natura dominante dovrebbe scontrarsi con la sua. Così come il suo essere Master dovrebbe scontrarsi con la mia indole non proprio docile e sottomessa…
E invece, per qualche motivo sconosciuto, ogni gesto fra noi è perfetto. Ogni parola, ogni sussurro.
Il flogger giace fra le lenzuola, ogni tanto lo afferriamo e fingiamo di volerlo usare.
Ma il verbo è sbagliato, non è finzione, è esattamente ciò che desideriamo: dare il massimo del piacere all’altro, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo.
Ridere, parlare, ridere ancora. E noi che non smettiamo mai di goderci.
«Che fai?» gli domando, osservandolo rovistare dentro il pozzo.
Il pozzo è il suo zaino, l’ho battezzato io così, un giorno, quando lui sembrava tirarci fuori di tutto. Stile borsetta di Mary Poppins. Solo che pozzo dei desideri mi sembrava più consono.
Radar sorride, con quel suo sguardo che ti entra dentro e ti centrifuga tutta. E fra le mani gli compare un ovetto vibrante.
«Uh! Che ci vuoi fare con quello?»
So bene cosa voglia fare, la nostra complicità è anche questa: prenderci e rincorrerci, amarci e possederci. Giocare con il corpo e con le parole. Con gli oggetti e le sensazioni.
Senza paura. Senza alcun tipo di timore.
Quando il toy è dentro di me, Lui aziona il telecomando e le vibrazioni si riverberano in ogni mia fibra.
«Uhm…» miagolo, mentre si allunga sopra di me. «E adesso?»
«Adesso ti scopo, no?»
«Ma…»
«Shhh…»
Getta il piccolo oggetto che gestisce il mio piacere liquido dall’altra parte del letto, mi afferra i polsi e me li costringe sopra la testa, scivolando in me senza sforzo.
Gli orgasmi si susseguono imperiosi, ho la sensazione che potrei impazzire per il piacere che provo. La sua bocca avida cerca la mia, i miei rantoli si perdono in Lui.
E io fremo, tremo, godo e mi innalzo su vette sempre più alte, stringo e rilascio la muscolatura interna e gli strappo gemiti intensi.
Sono così, bloccata, presa, persa e impotente di fronte alla sua forza e alla sua voglia di amarmi.
E non mi sono mai sentita più libera in vita mia. Perché mentre mi scopa corpo e anima, Lui mi sta donando tutto se stesso.

Martin & Radar – 6° parte

Pochi minuti più tardi le fragole riempiono il cesto che ho sistemato sul comodino: grandi, rosse e succose. Ora ho il tempo di una doccia veloce, e poi… Lui sarà qui.
La tigre si è sfamata, è sazia di giochi impari, ha voglia di dare. Ha voglia di prendere il suo uomo e di possederlo. Di farsi prendere e mangiare. Di sbatterlo contro il muro e di lasciarsi sbattere.
«Ciao…»
«Ciao…»
Quella strana emozione che non ha un nome, ma che sa annidarsi nel petto e rendere la voce più bassa di un’ottava… è lì, pronta a liberare la sua energia. La sento salirmi in gola.
Radar entra in casa, posa lo zaino a terra e mi stringe a sé: c’è tutto in quell’abbraccio.
E un attimo dopo ce l’ho addosso, affamato, assetato, mio. Il profumo della sua pelle mi manda in estasi, così come i denti che affondano nel collo forti e delicati.
«Adoro la tua pelle liscia…» mormora, la mano infilata in mezzo alle mie gambe.
Da qualche parte un pensiero mi attraversa fugace come una meteora: volevo spogliarlo, volevo portarlo di là, volevo… Ma l’orgasmo è impellente, e cancella ogni altro volevo.
«Vienimi così, sì…»
Basta la sua voce a incendiarmi il sangue, a incresparmi la mente e dannarmi l’anima. La sua bocca e le sue mani sono ciò che il mio corpo brama.
Lo voglio. Voglio quest’uomo da impazzire.
«Dammi il tuo cellulare, per favore» gli chiedo, fissandolo.
Me lo porge senza alcuna esitazione, un sorriso negli occhi.
«Aspettami qui.»
Meravigliosa la sua fiducia.
Appoggio il telefono accanto al cestino colmo di frutta, poi torno sui miei passi e prendo il mio.
«Credo tu abbia ricevuto un messaggio» affermo, mentre lo abbraccio stretto. «Fossi in te, andrei a vedere.»
Lo seguo in camera, lo osservo leggerlo, e poi mi godo la sua espressione che si allarga in un sorriso diabolico.
«Nel caso questo stimoli la tua fantasia… Oh, yes, baby! Eccome se me la stimola!» esclama, prima di annullare la distanza fra noi e spingermi sul letto.
Non abbiamo tempo, i vestiti spariscono e quasi non ce ne accorgiamo, le bocche si cercano, le mani si stringono.
Distesa sulla schiena, lo guardo prendere una fragola, e poi inginocchiarsi fra le mie gambe. Non interrompiamo mai il contatto visivo, nemmeno quando sussulto perché avverto la freschezza del frutto sulla pelle accaldata.
Me la strofina sul clitoride, più volte, prima di immergerla nei miei umori. È una sensazione stupenda, mi fa rabbrividire.
E quando la estrae e me la offre, non posso far altro che aprire la bocca e gustarla: il mio sapore aromatico e intenso mi provoca ondate di piacere intenso.
«Una per uno!» mi spiega ridendo, prendendo un secondo frutto.
Ho l’impressione che questa sia ancora più fredda, ma probabilmente sono io a essere ancora più calda. Vorrei chiudere gli occhi per godere appieno della situazione, ma non lo faccio: guardarlo mangiare la fragola che sa di me è… beh, è indecentemente lussurioso.

Martin & Radar – 5° parte

Le mie unghie tracciano profondi segni rossi lungo un fianco, fino a raggiungere l’esterno della coscia. Le mie dita intanto lo preparano a piangere per me.
«Stai fermo!»
Ci prova. Lo so che ci sta provando. Con scarsi risultati. Guizza a destra e a sinistra a ogni mio tocco, a ogni mio graffio. Geme.
Dovrebbe implorare, in realtà…
Mi tiro su soddisfatta, tolgo il guanto e prendo il flogger.
«Le tue lacrime, Martin. Prima di darti quello che vuoi.»
Contare e ringraziare, contare e ringraziare. Il suono della sua voce accompagna i miei movimenti e la mia fantasia, fin quando cede, si arrende e piagnucola in modo indistinto.
«Che cosa desideri?»
«Il tuo… Il tuo piacere.»
La sua schiena e il suo culo sono gradevolmente striati, segnati, posseduti. Il gioco è finito, il pianto ha interrotto il dolore, ora è tempo di godere dei frutti maturi.
«Che bel sederino che hai…» sorrido, mentre il vibratore raggiunge la sua meta senza indugio.
Lo accendo e lo lascio lì, disinteressandomene del tutto. Libero i polsi di un Martin sudato e di nuovo in piena erezione, mentre con uno sguardo lo obbligo a mantenere la posizione a quattro zampe.
La voglia preme contro la pelle facendo scorrere brividi caldi.
Voglio Radar. Lo voglio adesso.
Mi siedo sul divano, poi invito lo schiavo a spostarsi quel tanto che basta per trovarsi con il viso all’altezza delle mie ginocchia.
Immagina.
Spera.
Crede.
Non sa.
È il primo incontro, ciò che bramava l’ha ottenuto, non sa se userò il suo corpo e la sua anima in altri modi. E a dire il vero non lo so nemmeno io. So che la sua lingua la voglio sentire.
Voglio calmare il mio ribollir di pensieri e umori, così intrecciati da sembrare fusi: mente e corpo posseduti dalla stessa bramosia, dallo stesso senso di attesa che ingigantisce di minuto in minuto.
Perché Lui sta per arrivare.
Gli occhi di Martin sono fissi nei miei.
«Cosa ti dà il diritto di guardarmi in quel modo?»
«Kiara, non puoi saperlo senza osservarti dall’esterno. Sei… Fa’ ciò che vuoi, ma non privarmi del godere dell’estasi dipinta sul tuo viso ora.»
La risposta mi piace, annuisco, sollevo il miniabito e apro le gambe.
«Rendila perfetta…» gli ordino, mentre lo afferro per i capelli e lo guido fra le mie cosce. «La bocca, Martin. Nient’altro che la bocca.»
E finalmente esplodo e mi dissolvo, in una girandola di sussulti e fremiti.
E poi… E poi la stanza riprende a essere solo una stanza, e noi soltanto noi.
«Vorrai rivedermi?» mi chiede, quando è già fuori dalla porta.
«Sì.»
«Grazie, mia divina creatura.»
Divina creatura?
Sorrido e chiudo, prima di appoggiarmi con la schiena contro di essa: lo sguardo mi cade sul sacchetto posato sul mobile con indifferenza, e il cuore fa un salto in avanti nel tempo.
È tardi, devo sbrigarmi a preparare… tutto.

Martin & Radar – 4° parte

Ho voglia. Una dannata voglia.
Ma non adesso, non è il momento, mi riscuoto dalla trance che sembra averci colti entrambi e scendo. Rimetto i tacchi, afferro il flogger e torno di fronte a lui.
Le mollette sui capezzoli e sui fianchi sono così attraenti… Voglio farle saltare via con qualche colpo di frusta mirato. Martin è teso, sa perfettamente ciò che sta per accadere, abbiamo parlato un paio di volte in chat di questo mio piacere ombroso.
«Fa’ silenzio.»
Mi sposto di lato, e lascio che la mia mano diventi un tutt’uno con il flogger, che danzando ferisce l’aria e sibila sulla pelle.
«Mmm…»
Non riesce a trattenere i gemiti, e in fondo non è nemmeno ciò che desidero… Mi piace sentire i suoi lamenti, mi eccita a dismisura.
Quando anche l’ultima pinza cade a terra con un tonfo secco, scorgo nei suoi occhi una luce soddisfatta. Non sono ancora lacrime, ma il piacere è evidente.
Lo libero dalla prigionia alla parete, poi lo guido verso il tavolo. Le sue mani sono gelate. Di colpo mi paro di fronte a lui e me ne porto una in mezzo alle gambe.
«Porca putt…»
Lo schiaffo è forte e deciso, ma non mollo la presa sul suo polso.
«Stai. Zitto!» ringhio, fulminandolo con lo sguardo.
«Scusa. Scusami. Non mi… aspettavo… Dio, sei bollente!»
«Voglio un orgasmo. Ora. Muoviti.»
Le dita fredde sono un contrasto piacevolissimo con il calore della mia pelle. Pochi secondi e ottengo ciò che voglio.
«Leccale» gli ordino, prima di sedermi a osservare i suoi movimenti lenti.
Mi piace il suo sguardo al tempo stesso fiero e adorante. Come una sfida tacita e orgogliosa. Si aspetta di nuovo che da un momento all’altro io gli faccia male. Molto male.
«Martin, vieni qui. A quattro zampe. Sul tappeto.»
Naturalmente obbedisce all’istante. Lo lascio lì ad attendere per un po’, il capo rivolto in basso. A chiedersi cosa stia per accadere. Con l’erezione pulsante e viva. E il respiro nuovamente corto.
Dopo un ragionevole periodo di tempo, mi alzo e gli lego i polsi alle caviglie: fronte a terra, gambe divaricate, sedere in alto.
Infilo un guanto di lattice, prima di chinarmi a sfiorargli le natiche. Un sussulto, un gemito, un brivido che gli corre impazzito lungo le braccia: vedo i peli rizzarsi e mi sfugge un sorriso.
Il profumo del lubrificante giunge alle nostre narici nello stesso momento. Lo so perché all’improvviso il suo respiro cambia ancora, diventa irregolare e strozzato.
«Mi vuoi?»
«Sì. Sì, per favore…»
Che meraviglia di schiavo…

Martin & Radar – 3° parte

Afferro le cordicelle e le tiro, fino a mettergliele entrambe fra i denti.
«Regola tu l’intensità» mormoro, prendendo la candela.
La cera fusa ha un buon profumo. Penso a quando Radar ci giocherà con me. Ma scaccio il pensiero, l’eccitazione è già troppo intensa così…
Le prime gocce cadono lente sulle cosce. Martin stringe i denti in silenzio. Compiono un percorso che le porterà fino al traguardo. Man mano che mi avvicino all’asta eretta, il suo respiro si fa più affannoso.
Una, due, tre… Si agita un poco, stringe il cucchiaino che ha in mano, forse per dirmi che non lo lascerà.
«Tira le cordicelle, Martin… Meno tiri, più io mi avvicino con la candela alla tua pelle…»
Resiste a lungo, prima di obbedire con un ringhio strozzato in gola. Le mollette tendono i capezzoli, provocandomi un brivido. Poso la candela, mi sposto alle sue spalle, riprendo il flogger e gli passo accanto con indifferenza.
Il colpo risuona secco sull’esterno coscia, Martin sobbalza e questa volta si lascia scappare un urlo.
«Ehi, ehi! Così non va!»
Le cordicelle pendono inerti lungo il suo petto, ne prendo una fra le dita, quasi a soppesarla. I miei occhi sono fissi nei suoi. Si aspetta che gli faccia male, lo so.
Ma non ora, non quando vuole lui.
Chinata sul tavolo, so anche che ora ha la certezza che non indosso le mutandine. Mi sembra quasi di sentire il suo respiro sulla pelle.
Le forbici che mi compaiono in mano gli stirano per un istante i lineamenti del viso. Poi capisce che voglio tagliare le fascette alle caviglie e impercettibilmente si rilassa.
«In piedi.»
Obbedisce senza battere ciglio. Siamo quasi alti uguale, ora che è scalzo e io no. Adoro la sensazione che mi dà l’essere più piccola e imporre la mia volontà.
I polsi sono ancora legati dietro alla schiena. Lo faccio voltare e lo libero, solo per tornare a imprigionarglieli davanti a sé.
Nell’entrata c’è uno splendido attaccapanni a muro: è posizionato proprio come fa comodo a me. Lo spingo con la schiena contro la parete, poi mi servo di una sedia per bloccargli le braccia in alto, poco sopra la testa.
È una meraviglia, ho voglia di toccarmi solo a guardarlo.
Mi immobilizzo per qualche secondo: il mio bacino è davanti alla sua faccia, non avevo previsto questo particolare. Le sue narici fremono, l’istinto animale ha percepito il profumo della femmina.

Martin & Radar – 2° parte

«Martin, guardami!» gli ordino, mentre allungo una mano a sfiorare i morbidi tentacoli neri. «Guardami!»
Paura? Rabbia? Eccitazione? Cosa si agita in lui? Cosa fa sì che le pupille si dilatino e la lingua sfreghi nervosa sulle labbra secche?
«Hai sete?»
«Sì. Per favore.»
Verso l’acqua nel bicchiere, i tacchi fanno rumore sulle piastrelle mentre mi avvicino a lui. Che non solleva il viso, vincendo il desiderio di farlo. Lo faccio voltare stringendogli le guance con una mano: voglio che mi osservi bere. Pochi sorsi, poi la trattengo in bocca, poso il bicchiere e mi chino leggermente.
Capisce al volo, dischiude le labbra per ricevere il prezioso liquido. È eccitante da morire… Lo vedo deglutire, sfrego le cosce insieme per un riflesso involontario.
Basta giocare al gatto e al topo, è ora di fare sul serio. Prendo il flogger e glielo metto fra i denti, una sorta di ball gag. Poi gli infilo un cucchiaino fra le dita di una mano.
«La tua safe. Quando non puoi parlare. Lascialo cadere a terra e io mi fermo.»
Con studiata lentezza gli applico mollette ai capezzoli e ai fianchi. Gli sfugge qualche gemito, ma nel complesso il suo è uno sguardo di sfida. Ed è questa la molla che mi fa scattare qualcosa dentro.
Le cordicelle appese alle mollette sui capezzoli ondeggiano appena, arrivano a sfiorargli il pube. So che non sa, so che si domanda lo scopo.
Dietro di lui, allungo una mano ad afferrare il flogger, prima di rovesciargli la testa e ficcargli in bocca due dita che sanno di me.
«Vedi quanto mi ecciti? Zitto, succhia e sta’ zitto!»
Ormai la sua, di eccitazione, è molto evidente… Lo afferro di scatto con l’altra mano e la muovo in fretta, per un brevissimo attimo che gli strappa mugolii indistinti, senza smettere di invadergli la bocca.
«No, ti prego, no…»
Il suo rantolo mi segue mentre mi sto già allontanando. Torno sui miei passi e lo schiaffeggio. Forte. Per un momento gli occhi brillano di una luce fredda.
Ma sa bene che non deve parlare.

Martin & Radar – 1° parte

«Chiudi gli occhi.»
So che lo farà, so che abbasserà le palpebre prima che io apra del tutto. Il cellulare incollato all’orecchio, e il cuore che batte a mille.
«Volta le spalle alla porta. Resta lì. La safeword è il tuo nome. Altro non devi dire.»
Sono in piedi dietro di lui, che immobile attende. Solo il respiro lo tradisce. Vibra affannoso nell’aria. Lo trattiene per un attimo quando gli bendo gli occhi, poi lo rilascia in modo sottilmente rumoroso.
«Vieni dentro.»
Lo aiuto a girarsi e lo guido nell’appartamento. Trenta metri quadrati di confortevole normalità.
«Spogliati.»
Mi appoggio al muro, incrocio le braccia sul petto e lo osservo compiere movimenti impacciati per liberarsi degli abiti. Apprezzo molto il suo silenzio.
È mio, e lo sa.
Liscio il corto vestito nero con una mano, mentre con l’altra faccio ruotare la candela accesa, cosicché la cera si muova nell’incavo scavato dalla fiamma. Poi torno a posarla sul mobile.
Lui è nudo di fronte a me. Percepisco in modo chiaro il suo disagio. E ne godo. Sussulta quando mi avvicino. Sorrido e gli prendo le mani. Sono gelide.
«Siediti.»
Lo aiuto a prendere posizione sulla sedia di metallo voltata al contrario. Poi fisso le sue caviglie alla stessa con fascette di plastica. E infine anche i suoi polsi sono bloccati dietro alla schiena.
«Lo so, sono strette. Evita di muoverti e non ti faranno male.»
So che, privato della vista, gli altri suoi sensi sono più sensibili e tesi. Ascolta ogni rumore, immagina ogni mio movimento.
Immagina me.
All’improvviso lo afferro per i capelli e gli tiro indietro la testa, facendogli sfuggire un gemito. Mi chino a sfiorargli le labbra, ma quando capisce che sono così vicina, sono già lontana.
Sorrido. La sua frustrazione è evidente. E non solo quella…
«Ora ti toglierò la fascia. Tieni gli occhi chiusi ancora un momento. Ti dirò quando aprirli.»
Lo faccio sciogliendo il nodo con delicatezza, poi la lascio scivolare a terra e mi sposto di fronte a lui; mi appoggio al tavolo, incrocio appena le gambe fasciate da calze nere e gli ordino di guardarmi.
Leggo nei suoi occhi l’eccitazione. Si morde appena un labbro, forse per trattenere le parole che non ha il permesso di pronunciare. Butto dietro le spalle una ciocca di capelli, sono lunghi e ondulati e so bene che piacciono agli uomini.
Il flogger giace inerme sul tavolo fra noi. Come una promessa, come una minaccia. I suoi occhi seguono i miei e lo fissano per un lungo istante.

Mia

La chiave gira nella serratura producendo uno scatto secco. E poi la porta si apre quel tanto che basta perché lei possa entrare.
La guardo muovere i primi, insicuri passi nell’appartamento. Non solleva il viso, non si lascia tentare dalla voglia di incontrare il mio sguardo.
È deliziosa.
Dal cappello di lana calcato in testa sbucano ciuffi rossi ribelli, e da sotto il cappotto spuntano due cosce velate, che si perdono negli stivali dal tacco improponibile.
Sorrido, non devo dire nulla: lei sa cosa fare, e come farlo.
Posa la borsa sulla sedia, si sfila il berretto, lo appoggia accanto alla borsa, scuote la chioma incendiata dagli ultimi raggi del sole morente. Gli occhi socchiusi per il riverbero, si gira di schiena e fa scendere il cappotto oltre le spalle, a rivelare una camicetta bianca e una minigonna grigia.
E poi finalmente si volta, mi guarda e mi sorride.
Sa che ora può farlo, per godersi la mia espressione mentre si spoglia, un capo dopo l’altro, fino a rimanere con le sole mutandine di candido pizzo, e le calze.
Poi si inginocchia sul tappeto che ricopre gran parte della stanza, le gambe un po’ divaricate, e mi offre il guinzaglio che pende dal tavolo, come se fosse stato posato lì per caso. I suoi occhi verde smeraldo sono di nuovo ancorati a terra.
Mi alzo e la raggiungo con due rapidi passi. Il collare di cuoio nero la rende affascinante oltre ogni limite. L’eccitazione cresce impetuosa, le mie dita le sfiorano appena il seno minuto, prima di stringere il guinzaglio e indurla ad appoggiare i palmi davanti a sé.
Mentre mi segue nella stanza che presto si riempirà dei suoi gemiti e dei miei sospiri, so che mi sta fissando il culo fasciato da leggins neri.
«Di chi sei tu?» le chiedo, pregustando la risposta.
«Sua, Padrona.»