Joyce I – I colori del sesso

Marta sollevò le palpebre di scatto, e per un lungo istante non capì dove fosse. Non ricordava di essere andata dall’estetista, ma aveva l’impressione di trovarsi distesa dentro il lettino abbronzante. La luce le feriva gli occhi, ma non sentiva il calore. Sapeva di essere nuda, e quando tentò di muoversi, scoprì di avere polsi e caviglie bloccati.
Il panico si impossessò di lei, costringendola a scuotere braccia e gambe nel vano tentativo di liberarsi, e a urlare con quanto fiato aveva in gola.
Ben presto comprese che nessuno avrebbe risposto alle sue grida d’aiuto, e lentamente i suoi strilli si trasformarono in gemiti sommessi, finché cessarono del tutto. L’unico suono che udiva era un ronzio costante e ipnotico, e, a volte, una sorta di vibrazione che la faceva tremare dall’interno.

«La ragazza della cella 273 è sveglia, Jed!» esclamò Lukja entrando nella Sala Azzurra. «Che vuoi fare?»
«Far passare un po’ di tempo in piacevole compagnia» sorrise l’uomo, distogliendo lo sguardo dai monitor che controllavano l’astronave in ogni minimo dettaglio per incontrare quello della sorella.
«Capisco… Ma allora perché non la tiri fuori di lì?»
La donna scosse i lunghi capelli rosso fuoco e gli si sedette accanto. Indossava ancora la tuta di jeroflex aderente e nera, che metteva in risalto il sedere sodo e il seno prosperoso, segno che il suo turno alla sezione quattro non era ancora terminato.
«Oh, per due motivi…» sospirò Jed, posandole una mano sulla coscia. «Mi piace osservare il loro risveglio, vederli prendere coscienza di essere prigionieri, il loro terrore… e poi, sto aspettando che tu abbia finito il lavoro…»
La fissò con attenzione, e i suoi occhi azzurro ghiaccio parvero luccicare.
«Come vuoi, comandante» rispose la donna, congedandosi.

Per Marta non era possibile quantificare il tempo. Non sapeva se fossero passate ore, oppure minuti, o giorni, da quando aveva aperto gli occhi e si era ritrovata chiusa in una bara luminosa.
L’unica certezza che aveva era che sarebbe impazzita presto.
Poi, all’improvviso, qualcosa cambiò.
Vide un piccolo tubo metallico sollevarsi all’altezza del busto, flessibile e silenzioso, per poi avvicinarsi al suo braccio immobilizzato ed entrarle in vena con precisione millimetrica.
Cosa le stavano facendo? La stavano nutrendo? O sedando di nuovo? E soprattutto, dove si trovava? In balìa di chi?
Sentì il calore irradiarsi in tutto il corpo, e poi ebbe la sensazione di fluttuare nell’aria, leggera e stordita come se fosse ubriaca.
La stavano drogando. E questo fu l’ultimo pensiero coerente di Marta, prima che il coperchio della prigione dove viveva da due settimane si sollevasse con uno sbuffo smorzato.

Continua…

Annunci