Recensione 2 di Demoniac Sex’s Symphony

Un’altra recensione per me e l’amico Andrea Lagrein!
Grazie, Veronica 🙂
Una metafora a tinte forti
 copertina4mani
Raramente acquisto libri di perfetti sconosciuti, come gli autori di questo libro. Ma la sorpresa e’ stata grande. Mi sono imbattuta in una metafora dei giorni nostri, anche se la storia e’ ambientata in un lontanissimo quanto improbabile futuro. L’atmosfera mi ha richiamato alla memoria le scene di Blade Runner, film che amo moltissimo. La storia e’ una sorta di thriller, ma a mio avviso non è l’aspetto fondamentale del libro. A mio parere sono i parallelismi con le negatività dei nostri giorni che emergono prepotenti da questa narrazione. Certo, e’ un libro che appartiene al genere letteratura erotica, ma secondo me va ben oltre a quest’unica chiave di lettura. Le scene di sesso comunque sono scritte in modo efficace, riuscendo a trasportare il lettore in un flusso narrativo coinvolgente. Si nota inoltre la differenza di stile fra i due autori, stili che comunque sono assolutamente complementari fra loro, facendo in modo con questo che i due personaggi protagonisti acquistino una loro fisionomia ben delineata. E il finale… beh, il finale vi stupirà. Fidatevi, davvero molto bello.
Veronica, 6 febbraio 2016

Recensione 1 di Demoniac Sex’s Symphony

Graditissima recensione per Demoniac Sex’scopertina4mani

Symphony su Parole di una dannata mente:

E’ un romanzo fantasy erotico breve edito da Damster. Una coppia di autori a me già nota per la loro narrativa scarna da artifici letterari, ma non per questo meno interessante.

Kiara Olsen mi aveva già colpito in maniera positiva con il suo “Tu non esisti”, un romanzo erotico noir che mi ha tenuta sulle spine fino alla fine. Ho adorato letteralmente “lui”, il dominante, il killer, il torturatore e tutto quello che si è inventata per coinvolgere un ipotetico lettore.

Andrea Lagrein, invece, l’ho sempre letto molto volentieri nei suoi brevi racconti, che lui chiama “frammenti di ritratto” o “acquerelli di vita reale” o “storie dalla Storia” o “nuances”; un ragazzaccio di quelli che vorresti prendere e strapazzare di coccole per via del velato e nostalgico romanticismo che mette in quasi tutto quello che scrive.

La storia in breve: Andrea è un compositore fallito, ubriacone e sessualmente insaziabile. Tanto quanto la donna che incontra una sera in un bar.  Tuttavia questa donna ha delle strane caratteristiche e si delineano man mano che si va avanti con la lettura. Il romanzo è ambientato ne “La città”, un maestoso agglomerato futuristico immaginario, che raccoglie tutto  il peggio dei nostri tempi. Da una parte la città con la ricchezza e l’ostentazione, dall’altra la povertà e le brutture di esistenze che per i “migliori” sono senza valore. La donna, Alyssia, in realtà (nella realtà futuristica descritta nel romanzo) è un “essere” che ha un appetito sessuale fuori dai normali canoni, che si vedrà costretta a inseguire un’anima, Andrea, pur di placare la propria fame; è sempre pronta a confrontarsi con qualunque tipo di problema pur di arrivare al nutrimento che brama. E in tutto il romanzo, velatamente o più evidente, c’è lui: il demonio, nelle vesti di Belial, che tira i fili di tutte le sue creature. In un crescendo di tensione, di sesso sfrenato, descritto in maniera eccelsa, di colpi di scena, si arriva alla fine in un soffio. Un finale triste e poi l’epilogo che potrebbe essere benissimo l’inizio di un nuovo capitolo.

Ho apprezzato molto il modo di esporre la storia. Scritto a quattro mani con un capitolo a testa si ha una visione della storia in due maniere ben distinte. Nei pochi capitoli scritti da entrambi la storia ha un ritmo così serrato che hai appena il tempo di riflettere  e immaginarti la scena.

“Appoggio la schiena al muro, mettendomi comoda. Le scritte pittoresche mi distraggono quel tanto che basta per impedirmi di venire troppo presto.”

Kiara Olsen nel primo capitolo delinea un po’ del suo personaggio: Alyssa. Con la sua scrittura asciutta e senza tanti fronzoli ci mette di fronte a una donna sfrontata, che fa del sesso la sua arma più affilata. Uomini o donne a lei poco importa, il suo motto sembra essere: godere a più non posso. La sua scrittura riesce a tenere il ritmo anche nelle scene erotiche, descritte in maniera piacevole, con termini che lasciano poco all’immaginazione. Tuttavia non è volgare ed è facile chiudere gli occhi, distaccarsi qualche istante e immaginare la scena. E’ coinvolgente anche quando descrive gli ambienti o gli altri personaggi del racconto, minuziosa nei particolari che non sono mai banali.

“Vent’anni fa, quando eravamo amici inseparabili, tu eri in rampa di lancio. Tutti avevano occhi solo per te. Eri l’astro nascente della musica, quello che sarebbe diventato il più grande compositore di tutti i tempi. E il piccolo sfigato Gabriel? Io vivevo nella tua ombra, ero il tuo portaborse, quello che si cibava delle tue briciole, dei tuoi avanzi, delle scopate che tu scartavi.”

Andrea Lagrein invece ci presenta il suo personaggio, che porta il suo stesso nome, come un uomo sfrontato, che nonostante il suo passato da stella nascente della musica si ritrova a subire la beffa del fallimento, sottolineata dalla figura di Gabriel, suo amico e collaboratore, che invece è diventato un leader de “La città”. La sua scrittura non si distacca molto da quella di Kiara, se non per qualche termine più ricercato, che non abbonda, ma c’è e fa la sua parte in maniera eccelsa. Anche Andrea fa uso di termini espliciti quando descrive il sesso e non sono mai fuori luogo.

Per entrambi: la storia non è banale ed scritta molto bene, coinvolgente, eroticamente interessante. A tratti è una rappresentazione cruda e drammatica di una condizione umana umiliata dalle difficoltà e dalle violenze quotidiane e caratterizzano un ipotetico  uomo del futuro, che si porta appresso i peggiori retaggi di un’umanità ormai dedita ai vizi. Il romanzo va da una narrazione che accentua le caratteristiche dei personaggi, ambienti e situazioni in maniera cruda e analitica, a una prosa più sostanziosa, intensificata da inquietudini più deliziosamente individuali.

Un romanzo dalle decise tinte forti per i contenuti erotici, ma che ho apprezzato particolarmente perché le ho sentite “giuste”. Giuste per gli argomenti e per lo stile che hanno scelto i due Autori.

Solo un appunto: avete comprato il termine “copioso” in 3×2 a qualche fiera lì a Milano? Perché quei “copioso” sono veramente tanti. E’ vero che io ormai sono in un’età che di “copioso” vedo ben poco, ma è vero anche che esiste il vocabolario dei sinonimi e contrari, nonché il tasto “cancella” in sede di revisione. Che dite? Sarà l’invidia a farmi parlare (come ha detto qualcuno commentando una delle ultime mie recensioni) oppure un po’ di ragione ce l’ho? Oppure è un must dell’erotismo e non se ne può proprio fare a meno? Il dubbio mi assale! Meglio mi sposti…

Demoniac Sex’s Symphony – 2°capitolo

Non so perché io mi trovi in questo posto. Roba di gran classe. Champagne e caviale.
L’intero mio abbigliamento costa la metà di un paio di scarpe indossate da una qualsiasi delle donne presenti. E dire che per l’occasione ho rispolverato il mio abito migliore. Gesù, e ho anche la cravatta macchiata. La giacca pare più grande di due taglie. I pantaloni sono sgualciti. E ho un bel buco sotto una suola. Ma se sono bravo, almeno questo non si noterà. Nel complesso, sono assolutamente fuori luogo. Del resto, è la storia della mia vita.
Essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Meglio berci su. Afferro un bicchiere, uno qualsiasi, che un solerte cameriere porta in giro sopra un luccicante vassoio. Cocktail! Lo butto giù in un sorso. Non sa di un cazzo, non mi fa alcun effetto. Brodaglia per astemi. Ma tant’è, si vede che i fini intenditori preferiscono questo a un sano e robusto whisky. Mi adeguo. E nel frattempo mi guardo attorno.
La villa è davvero lussuosa. Gli dev’essere costata un capitale. Il salone è più grande dell’appartamento in cui vivo. Non che ci voglia molto, a dire il vero. Comunque, è sicuramente scenografico.
Passa un altro cameriere. Lo afferro con decisione per il braccio.
«Come ti chiami?»
«Hugo, signore!» risponde con deferenza.
Lo guardo con simpatia. L’unico essere umano qui dentro.
«Senti un po’, Hugo» bisbiglio in modo complice. «Sono sicuro che di là in cucina ci sia roba un po’ più forte di questa acqua di rose che porti in giro. Perché non me ne allunghi un poco?»
Il mio occhiolino lo diverte. Sorride, per poi ricomporsi immediatamente, che se lo avessero beccato…
«Vedrò quel che posso fare per il signore» borbotta, prima di allontanarsi.
Povero Cristo. Dev’essere dura lavorare tappandosi il naso in mezzo a tutti questi stronzi.
Mentre aspetto Hugo, che so non mi deluderà, scruto i presenti. Festa di manichini. Ognuno pare indossare una maschera. Solo che le maschere sono tutte identiche fra loro. Le donne con le tette rifatte, i culi gonfiati, le labbra esagerate, gli zigomi sporgenti, il medesimo taglio di capelli, lunghi vestiti da sera neri e diamanti in abbondanza. E gli uomini non sono da meno, tronfi palloni gonfiati, ognuno pronto a declamare i propri successi. Cristo, mi sembra di essere uno con l’uccello piccolo capitato in mezzo a un raduno di attori porno!
Finalmente torna Hugo. Senza farsi notare mi allunga una bella birra ghiacciata. Lo ringrazio con un cenno del capo. Esco in veranda senza dare nell’occhio e mi avvento sulla birra. Dopo un paio di sorsate già la situazione mi pare in netto miglioramento. Mi accendo una sigaretta. Anche in questo sono fuori luogo. Fra Cohiba e Montecristo, le mie Pall Mall stonano di brutto. Ma tant’è!
Sono così assorto nei miei pensieri che non la sento arrivare.
«Non si sta divertendo, per caso?»
La sua voce melodiosa mi fa trasalire. Mi volto. La fisso. Virginia. La compagna del padrone di casa. Bella, bellissima.
«Diciamo che non sono abituato a questo genere di feste» rispondo burbero.
«E a cosa, se posso permettermi, è abituato?» mi domanda in modo un po’ troppo civettuolo.
Decido al volo che non mi piace. Le puttane d’alta classe non mi sono mai andate a genio. Fingono di essere gran signore, ma, a parte la figa a pagamento che si ritrovano, mancano di tutto il resto. La guardo truce.
«Senti, bambola… Diamo un senso a questa serata. Che ne dici di un bel pompino?»
I suoi occhi corrono prima lungo il mio abito. Quindi mi fissa indignata, per poi passare allo schifato. Si volta e se ne va.
Diavolo! Non fosse stato per il vestito, me lo avrebbe fatto di sicuro. Ne sono certo. Ma si vede che non è serata.
Mi giro a guardare l’immenso parco che circonda la villa. Ha ricominciato a diluviare. È da settimane che continua a piovere. Che tempo del cazzo! Inizio a sentire freddo. Butto giù le ultime sorsate della birra di Hugo. Almeno questa mi riscalda un po’. E così non sento arrivare nemmeno lui.
«Perché mi offendi? Perché mi insulti proprio a casa mia?»
Conosco bene quella voce. Mi volto a osservare Gabriel. Lo guardo con la mia aria più innocente. Non abbocca.
«Sei stato molto scortese con la mia fidanzata.»
Sollevo le mani in un gesto di scusa.
«Oh, ma perché? Quella era la tua donna? Ti giuro, Gabriel, mi devi credere, non lo sapevo. Se lo avessi saputo, non le avrei mai detto una cosa del genere. Pensavo fosse una delle tante troie che ci sono a questa festa!»
Purtroppo non riesco a restare serio e mi lascio sfuggire un ghigno divertito. Gabriel serra i pugni, ma si trattiene. Poi sorride. La cosa un po’ mi spiazza, lo ammetto.
«Sai perché ti ho invitato, questa sera?» mi domanda alla fine.
Faccio spallucce, fingendomi disinteressato. Ma in fondo sono curioso. Già, che cazzo ci faccio io qui questa sera? Le sue parole diventano un sibilo, taglienti come una lama affilata.
«Vent’anni fa, quando eravamo amici inseparabili, tu eri in rampa di lancio. Tutti avevano occhi solo per te. Eri l’astro nascente della musica, quello che sarebbe diventato il più grande compositore di tutti i tempi. E il piccolo e sfigato Gabriel? Io vivevo nella tua ombra, ero il tuo portaborse, quello che si cibava delle tue briciole, dei tuoi avanzi, delle scopate che tu scartavi.»
Pausa a effetto. Mi fissa. I suoi occhi trasudano odio.
«E guarda oggi, invece. Osservati! Vesti che fai schifo, vivi nella merda e il tuo nome fa meno rumore di una scorreggia di cane. E poi guarda me. Guarda dove sono arrivato, cos’ho fatto, cos’ho costruito.»
La sua mano corre a trecentosessanta gradi per rafforzare il concetto.
«Ti ho invitato questa sera perché la constatazione del tuo fallimento sottolinea il mio successo. E lo rende ancor più dolce.»
Mi guarda. Si aspetta una risposta. Lo guardo. Decido di accontentarlo.
«Uhm… non ho ben capito. Allora me lo fai tu il pompino?»
Si vede che il senso dell’umorismo non è da tutti. Gabriel serra la mascella.
«Fuori di qui!»
«Ok, ma prima o dopo?»
Strabuzza gli occhi, interdetto.
«Prima o dopo di cosa?»
«Del pompino, ovvio!»
Adesso è veramente incazzato.
«Vattene immediatamente o ti faccio sbattere fuori a calci in culo!»
«Calmo, calmo. Non c’è bisogno di calci in culo. Soffro già di emorroidi e questo basta e avanza. Ok, me ne vado. Grazie comunque della serata. È stato bello rivederti, Gabriel.»
Sfodero il mio più bel sorriso di circostanza. Non attendo oltre. Esco. Sotto la pioggia. La soddisfazione che provo è impagabile.
Prima di tornare a casa faccio il giro dei soliti bar, giusto per non rientrare sobrio in quella topaia dove abito. Raggiunta una soglia dignitosa, mi avvio barcollando, zuppo di alcool e di pioggia. Entro e chiudo la porta sbattendola con violenza, tanto per far sapere ai vicini che sono rincasato.
Mi svesto. Rimango in mutande. Vado in bagno. Vomito. Mi chino sul lavandino per risciacquarmi la faccia. Mi guardo allo specchio. Non mi piace quel che vedo. Mi chino di nuovo. Altra spruzzata d’acqua. Mi risollevo. Punto gli occhi nello specchio.
Cristo santo, ma sto delirando? Mi butto altra acqua in faccia. Torno a fissare lo specchio. Poi mi volto di scatto.
«E tu chi cazzo sei? Come hai fatto a entrare?»
Lei è lì. In piedi. Di fronte a me!

Andrea Lagrein

Demoniac Sex’s Symphony – 1°capitolo

Il drink mi scivola in gola fresco e leggero. Non è il primo della serata, ma non sento gli effetti dell’alcool annebbiarmi la mente. Anzi, sono lucida e annoiata.
Il pub è male illuminato, e questa è una fortuna: meglio non vedere con troppa chiarezza le pareti scrostate e macchiate dall’umidità, così come i tavoli e le sedie incisi e invecchiati dai gesti sconsiderati degli avventori e del tempo. Peccato non ci sia modo di smorzare l’odore stantio degli esseri umani assiepati a cercare un po’ di calore, o di conforto, o entrambi, cercando di sfuggire alla morsa del gelo che tiene sotto scacco la Città.
Un tipico sabato sera.
«Ehi, come hai detto che ti chiami?»
La bionda seduta di fronte a me, ubriaca e fatta di qualche porcheria sintetica, mi posa una mano sul braccio, sollevando uno sguardo vacuo a incontrare i miei occhi di pece.
Me l’ha chiesto a più riprese negli ultimi trenta minuti, non so se schiacciarle il capo sul tavolo senza troppi riguardi o se trascorrere qualche minuto in bagno a raffreddare i bollenti spiriti.
Accavallo le lunghe gambe fasciate da stivali neri alti fin sopra il ginocchio, poi appoggio i gomiti sulla superficie scalfita del tavolino che ci divide e avvicino il viso al suo.
«Cazzo te ne frega?»
«Sei bella…» bofonchia, la bocca impastata.
Faccio scorrere indietro la sedia con un certo rumore, mentre mi alzo e mi porto al suo fianco. Mi basta un’occhiata alla sala per notare che gli uomini meno ubriachi hanno iniziato a sbavarmi sul culo. Certo li ha aiutati la minigonna che porto, sorrido e mi chino verso la ragazza.
L’afferro per i capelli e la tiro in piedi. Ho deciso per la seconda ipotesi.
«Mi chiamo Alyssia. Meglio per te se non mi stai facendo perdere tempo.»
«Ahia! Ma sei matta?»
«Cammina…» le sibilo sul collo, spingendola avanti a me. «Ti piacevo, no? Cammina!»
Entriamo nei bagni deserti e maleodoranti, una lampadina solitaria pende dal soffitto distribuendo luce a intermittenza.
«Dentro.»
Il loculo nel quale ci troviamo non ci dà una grande libertà di movimento, ma la cosa non ha importanza. Appoggio un piede sul water, mentre penso che indossare una gonnellina plissettata è stata un’ottima scelta.
«In ginocchio, muoviti.»
«Fa schifo…» si lamenta, strabuzzando gli occhi chiari. «Non possiamo andare…»
«No.»
Lo schiaffo la sorprende, barcolla e finisce contro la parete ricoperta di graffiti.
«In ginocchio.»
Tira su col naso, il suo sguardo è di nuovo vacuo… La troietta deve avere in corpo un bel mix di robaccia. Non che la cosa mi riguardi, a meno che non le impedisca di leccare.
«Non hai… le mutandine» osserva, le mani appoggiate a terra e la testa in mezzo alle mie gambe.
«Così pare. Le tue prossime parole saranno le ultime, se non mi soddisfi. Usa meglio quella boccuccia, tesoro…»
La sua lingua è tiepida sulla mia carne rovente. Mi accarezza appena, titubante. L’afferro con fermezza e le spingo la faccia contro il mio sesso umido.
«Non mi interessa se non respiri, datti da fare! Hai capito?»
Miagola qualcosa di incomprensibile, poi ci mette l’impegno giusto: lunghe leccate morbide, brevi incursioni sul clitoride eretto, languidi risucchi accompagnati da sospiri di godimento.
Appoggio la schiena al muro, mettendomi comoda. Le scritte pittoresche mi distraggono quel tanto che basta per impedirmi di venire troppo presto.
Se ha voglia di cazzo chiamami. Stallone instancabile.
Sorrido, quasi quasi potrei segnarmi il numero di telefono e divertirmi un po’.
«Dài, stai andando bene, sei brava… Quante fighe hai leccato finora? Mi sembra non ti manchi l’esperienza…» le dico, una mano sempre sulla sua testa. «Ma ti torcerò il collo lo stesso, se la prossima volta che ti incontro non avrai un piercing sulla lingua. Sono stata chiara?»
Geme tentando di sollevarsi, le ordino di restare carponi e di non osare toccarmi con quelle zampe luride.
Infilo le dita ad accarezzarmi la pelle setosa, me le faccio succhiare, mi masturbo costringendola a insistere sul mio punto più delicato.
Finché i miei umori le inondano la bocca, dolci e succosi.
«Brava, cagnetta… continua a leccare, fino all’ultima goccia…» la blandisco, prima di invertire la posizione delle gambe. «Per bene, in profondità… così, vedi che sei capace? Voglio sentirti, cazzo, tira fuori ‘sta lingua! Oh, ci voleva tanto?»
Evidentemente la zoccola ha bisogno di essere spronata per dare il meglio di sé. Me lo ricorderò, la prossima volta che avrò voglia di un diversivo.
«La mano. Anche la mano ha bisogno di essere ripulita, non ti pare?»
Non dice nulla, si limita a succhiare ogni dito con calma, gli occhi chiusi, il respiro affannoso.
Mi sistemo la gonna ed esco dal bagno, lasciandola inginocchiata a terra. Una rapida occhiata allo specchio, incrinato nel senso della lunghezza, mi mostra due occhi lucidi e luminosi. Mi ravvivo i riccioli neri che mi ricadono sulle spalle, poi mi volto indietro verso di lei.
«Ti muovi?» brontolo, battendo il piede contro le mattonelle gelide.
Si alza barcollando, mi segue al tavolo in silenzio. Mi siedo facendo cenno al barista di portarmi il solito.
Mentre lei si accuccia per terra, al mio fianco, fissando ostinatamente il pavimento.
Mi guardo intorno senza soffermarmi su nessuno, aspetto il mio drink e mi domando in che modo concludere una serata oltremodo monotona.

Kiara Olsen