Demoniac Sex’s Symphony – 2°capitolo

Non so perché io mi trovi in questo posto. Roba di gran classe. Champagne e caviale.
L’intero mio abbigliamento costa la metà di un paio di scarpe indossate da una qualsiasi delle donne presenti. E dire che per l’occasione ho rispolverato il mio abito migliore. Gesù, e ho anche la cravatta macchiata. La giacca pare più grande di due taglie. I pantaloni sono sgualciti. E ho un bel buco sotto una suola. Ma se sono bravo, almeno questo non si noterà. Nel complesso, sono assolutamente fuori luogo. Del resto, è la storia della mia vita.
Essere sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Meglio berci su. Afferro un bicchiere, uno qualsiasi, che un solerte cameriere porta in giro sopra un luccicante vassoio. Cocktail! Lo butto giù in un sorso. Non sa di un cazzo, non mi fa alcun effetto. Brodaglia per astemi. Ma tant’è, si vede che i fini intenditori preferiscono questo a un sano e robusto whisky. Mi adeguo. E nel frattempo mi guardo attorno.
La villa è davvero lussuosa. Gli dev’essere costata un capitale. Il salone è più grande dell’appartamento in cui vivo. Non che ci voglia molto, a dire il vero. Comunque, è sicuramente scenografico.
Passa un altro cameriere. Lo afferro con decisione per il braccio.
«Come ti chiami?»
«Hugo, signore!» risponde con deferenza.
Lo guardo con simpatia. L’unico essere umano qui dentro.
«Senti un po’, Hugo» bisbiglio in modo complice. «Sono sicuro che di là in cucina ci sia roba un po’ più forte di questa acqua di rose che porti in giro. Perché non me ne allunghi un poco?»
Il mio occhiolino lo diverte. Sorride, per poi ricomporsi immediatamente, che se lo avessero beccato…
«Vedrò quel che posso fare per il signore» borbotta, prima di allontanarsi.
Povero Cristo. Dev’essere dura lavorare tappandosi il naso in mezzo a tutti questi stronzi.
Mentre aspetto Hugo, che so non mi deluderà, scruto i presenti. Festa di manichini. Ognuno pare indossare una maschera. Solo che le maschere sono tutte identiche fra loro. Le donne con le tette rifatte, i culi gonfiati, le labbra esagerate, gli zigomi sporgenti, il medesimo taglio di capelli, lunghi vestiti da sera neri e diamanti in abbondanza. E gli uomini non sono da meno, tronfi palloni gonfiati, ognuno pronto a declamare i propri successi. Cristo, mi sembra di essere uno con l’uccello piccolo capitato in mezzo a un raduno di attori porno!
Finalmente torna Hugo. Senza farsi notare mi allunga una bella birra ghiacciata. Lo ringrazio con un cenno del capo. Esco in veranda senza dare nell’occhio e mi avvento sulla birra. Dopo un paio di sorsate già la situazione mi pare in netto miglioramento. Mi accendo una sigaretta. Anche in questo sono fuori luogo. Fra Cohiba e Montecristo, le mie Pall Mall stonano di brutto. Ma tant’è!
Sono così assorto nei miei pensieri che non la sento arrivare.
«Non si sta divertendo, per caso?»
La sua voce melodiosa mi fa trasalire. Mi volto. La fisso. Virginia. La compagna del padrone di casa. Bella, bellissima.
«Diciamo che non sono abituato a questo genere di feste» rispondo burbero.
«E a cosa, se posso permettermi, è abituato?» mi domanda in modo un po’ troppo civettuolo.
Decido al volo che non mi piace. Le puttane d’alta classe non mi sono mai andate a genio. Fingono di essere gran signore, ma, a parte la figa a pagamento che si ritrovano, mancano di tutto il resto. La guardo truce.
«Senti, bambola… Diamo un senso a questa serata. Che ne dici di un bel pompino?»
I suoi occhi corrono prima lungo il mio abito. Quindi mi fissa indignata, per poi passare allo schifato. Si volta e se ne va.
Diavolo! Non fosse stato per il vestito, me lo avrebbe fatto di sicuro. Ne sono certo. Ma si vede che non è serata.
Mi giro a guardare l’immenso parco che circonda la villa. Ha ricominciato a diluviare. È da settimane che continua a piovere. Che tempo del cazzo! Inizio a sentire freddo. Butto giù le ultime sorsate della birra di Hugo. Almeno questa mi riscalda un po’. E così non sento arrivare nemmeno lui.
«Perché mi offendi? Perché mi insulti proprio a casa mia?»
Conosco bene quella voce. Mi volto a osservare Gabriel. Lo guardo con la mia aria più innocente. Non abbocca.
«Sei stato molto scortese con la mia fidanzata.»
Sollevo le mani in un gesto di scusa.
«Oh, ma perché? Quella era la tua donna? Ti giuro, Gabriel, mi devi credere, non lo sapevo. Se lo avessi saputo, non le avrei mai detto una cosa del genere. Pensavo fosse una delle tante troie che ci sono a questa festa!»
Purtroppo non riesco a restare serio e mi lascio sfuggire un ghigno divertito. Gabriel serra i pugni, ma si trattiene. Poi sorride. La cosa un po’ mi spiazza, lo ammetto.
«Sai perché ti ho invitato, questa sera?» mi domanda alla fine.
Faccio spallucce, fingendomi disinteressato. Ma in fondo sono curioso. Già, che cazzo ci faccio io qui questa sera? Le sue parole diventano un sibilo, taglienti come una lama affilata.
«Vent’anni fa, quando eravamo amici inseparabili, tu eri in rampa di lancio. Tutti avevano occhi solo per te. Eri l’astro nascente della musica, quello che sarebbe diventato il più grande compositore di tutti i tempi. E il piccolo e sfigato Gabriel? Io vivevo nella tua ombra, ero il tuo portaborse, quello che si cibava delle tue briciole, dei tuoi avanzi, delle scopate che tu scartavi.»
Pausa a effetto. Mi fissa. I suoi occhi trasudano odio.
«E guarda oggi, invece. Osservati! Vesti che fai schifo, vivi nella merda e il tuo nome fa meno rumore di una scorreggia di cane. E poi guarda me. Guarda dove sono arrivato, cos’ho fatto, cos’ho costruito.»
La sua mano corre a trecentosessanta gradi per rafforzare il concetto.
«Ti ho invitato questa sera perché la constatazione del tuo fallimento sottolinea il mio successo. E lo rende ancor più dolce.»
Mi guarda. Si aspetta una risposta. Lo guardo. Decido di accontentarlo.
«Uhm… non ho ben capito. Allora me lo fai tu il pompino?»
Si vede che il senso dell’umorismo non è da tutti. Gabriel serra la mascella.
«Fuori di qui!»
«Ok, ma prima o dopo?»
Strabuzza gli occhi, interdetto.
«Prima o dopo di cosa?»
«Del pompino, ovvio!»
Adesso è veramente incazzato.
«Vattene immediatamente o ti faccio sbattere fuori a calci in culo!»
«Calmo, calmo. Non c’è bisogno di calci in culo. Soffro già di emorroidi e questo basta e avanza. Ok, me ne vado. Grazie comunque della serata. È stato bello rivederti, Gabriel.»
Sfodero il mio più bel sorriso di circostanza. Non attendo oltre. Esco. Sotto la pioggia. La soddisfazione che provo è impagabile.
Prima di tornare a casa faccio il giro dei soliti bar, giusto per non rientrare sobrio in quella topaia dove abito. Raggiunta una soglia dignitosa, mi avvio barcollando, zuppo di alcool e di pioggia. Entro e chiudo la porta sbattendola con violenza, tanto per far sapere ai vicini che sono rincasato.
Mi svesto. Rimango in mutande. Vado in bagno. Vomito. Mi chino sul lavandino per risciacquarmi la faccia. Mi guardo allo specchio. Non mi piace quel che vedo. Mi chino di nuovo. Altra spruzzata d’acqua. Mi risollevo. Punto gli occhi nello specchio.
Cristo santo, ma sto delirando? Mi butto altra acqua in faccia. Torno a fissare lo specchio. Poi mi volto di scatto.
«E tu chi cazzo sei? Come hai fatto a entrare?»
Lei è lì. In piedi. Di fronte a me!

Andrea Lagrein

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Gioia

Il profumo del mare le inonda le narici, risvegliando antichi ricordi ed emozioni perdute.
Seduta sul dondolo, Gioia osserva la luna specchiarsi fra le onde. Il chiarore che diffonde rende il buio lattiginoso e surreale, quasi un paesaggio da favola.
Gioia è nuda, a eccezione di un pareo stampato a motivi floreali che le fascia il corpo snello. Ha tirato su le gambe e appoggiato i talloni sul materassino, le cosce oscenamente aperte.
Una mano scivola lenta ad accarezzare la pelle liscia del pube, Gioia rabbrividisce.
L’altra mano indugia un poco sul petto ancora coperto, poi si infila rapida sotto la stoffa leggera, che con un fruscio si apre rivelando il candido seno.
I capezzoli, subito preda delle sue stesse dita, svettano duri nella notte stellata.
Le sfugge appena un gemito, mentre inizia a masturbarsi con lentezza, godendosi appieno la sensazione dell’orgasmo che sale imperioso, pronto a infrangersi contro gli scogli della coscienza.
Gioia sa di non essere sola, sa che gli occhi avidi di diversi ragazzini la stanno spiando attraverso la siepe che separa il suo giardino dal resto del mondo.
E proprio per questo motivo il suo piacere è così intenso e sconvolgente da travolgerla e strapparle un grido acuto.
Poi Gioia si accascia rilassata e soddisfatta, immaginando le mani scorrere lungo le giovani aste e i respiri affannosi e le fantasie indecenti scatenate dalla visione del suo corpo ribollente di lussuria.

Demoniac Sex’s Symphony – 1°capitolo

Il drink mi scivola in gola fresco e leggero. Non è il primo della serata, ma non sento gli effetti dell’alcool annebbiarmi la mente. Anzi, sono lucida e annoiata.
Il pub è male illuminato, e questa è una fortuna: meglio non vedere con troppa chiarezza le pareti scrostate e macchiate dall’umidità, così come i tavoli e le sedie incisi e invecchiati dai gesti sconsiderati degli avventori e del tempo. Peccato non ci sia modo di smorzare l’odore stantio degli esseri umani assiepati a cercare un po’ di calore, o di conforto, o entrambi, cercando di sfuggire alla morsa del gelo che tiene sotto scacco la Città.
Un tipico sabato sera.
«Ehi, come hai detto che ti chiami?»
La bionda seduta di fronte a me, ubriaca e fatta di qualche porcheria sintetica, mi posa una mano sul braccio, sollevando uno sguardo vacuo a incontrare i miei occhi di pece.
Me l’ha chiesto a più riprese negli ultimi trenta minuti, non so se schiacciarle il capo sul tavolo senza troppi riguardi o se trascorrere qualche minuto in bagno a raffreddare i bollenti spiriti.
Accavallo le lunghe gambe fasciate da stivali neri alti fin sopra il ginocchio, poi appoggio i gomiti sulla superficie scalfita del tavolino che ci divide e avvicino il viso al suo.
«Cazzo te ne frega?»
«Sei bella…» bofonchia, la bocca impastata.
Faccio scorrere indietro la sedia con un certo rumore, mentre mi alzo e mi porto al suo fianco. Mi basta un’occhiata alla sala per notare che gli uomini meno ubriachi hanno iniziato a sbavarmi sul culo. Certo li ha aiutati la minigonna che porto, sorrido e mi chino verso la ragazza.
L’afferro per i capelli e la tiro in piedi. Ho deciso per la seconda ipotesi.
«Mi chiamo Alyssia. Meglio per te se non mi stai facendo perdere tempo.»
«Ahia! Ma sei matta?»
«Cammina…» le sibilo sul collo, spingendola avanti a me. «Ti piacevo, no? Cammina!»
Entriamo nei bagni deserti e maleodoranti, una lampadina solitaria pende dal soffitto distribuendo luce a intermittenza.
«Dentro.»
Il loculo nel quale ci troviamo non ci dà una grande libertà di movimento, ma la cosa non ha importanza. Appoggio un piede sul water, mentre penso che indossare una gonnellina plissettata è stata un’ottima scelta.
«In ginocchio, muoviti.»
«Fa schifo…» si lamenta, strabuzzando gli occhi chiari. «Non possiamo andare…»
«No.»
Lo schiaffo la sorprende, barcolla e finisce contro la parete ricoperta di graffiti.
«In ginocchio.»
Tira su col naso, il suo sguardo è di nuovo vacuo… La troietta deve avere in corpo un bel mix di robaccia. Non che la cosa mi riguardi, a meno che non le impedisca di leccare.
«Non hai… le mutandine» osserva, le mani appoggiate a terra e la testa in mezzo alle mie gambe.
«Così pare. Le tue prossime parole saranno le ultime, se non mi soddisfi. Usa meglio quella boccuccia, tesoro…»
La sua lingua è tiepida sulla mia carne rovente. Mi accarezza appena, titubante. L’afferro con fermezza e le spingo la faccia contro il mio sesso umido.
«Non mi interessa se non respiri, datti da fare! Hai capito?»
Miagola qualcosa di incomprensibile, poi ci mette l’impegno giusto: lunghe leccate morbide, brevi incursioni sul clitoride eretto, languidi risucchi accompagnati da sospiri di godimento.
Appoggio la schiena al muro, mettendomi comoda. Le scritte pittoresche mi distraggono quel tanto che basta per impedirmi di venire troppo presto.
Se ha voglia di cazzo chiamami. Stallone instancabile.
Sorrido, quasi quasi potrei segnarmi il numero di telefono e divertirmi un po’.
«Dài, stai andando bene, sei brava… Quante fighe hai leccato finora? Mi sembra non ti manchi l’esperienza…» le dico, una mano sempre sulla sua testa. «Ma ti torcerò il collo lo stesso, se la prossima volta che ti incontro non avrai un piercing sulla lingua. Sono stata chiara?»
Geme tentando di sollevarsi, le ordino di restare carponi e di non osare toccarmi con quelle zampe luride.
Infilo le dita ad accarezzarmi la pelle setosa, me le faccio succhiare, mi masturbo costringendola a insistere sul mio punto più delicato.
Finché i miei umori le inondano la bocca, dolci e succosi.
«Brava, cagnetta… continua a leccare, fino all’ultima goccia…» la blandisco, prima di invertire la posizione delle gambe. «Per bene, in profondità… così, vedi che sei capace? Voglio sentirti, cazzo, tira fuori ‘sta lingua! Oh, ci voleva tanto?»
Evidentemente la zoccola ha bisogno di essere spronata per dare il meglio di sé. Me lo ricorderò, la prossima volta che avrò voglia di un diversivo.
«La mano. Anche la mano ha bisogno di essere ripulita, non ti pare?»
Non dice nulla, si limita a succhiare ogni dito con calma, gli occhi chiusi, il respiro affannoso.
Mi sistemo la gonna ed esco dal bagno, lasciandola inginocchiata a terra. Una rapida occhiata allo specchio, incrinato nel senso della lunghezza, mi mostra due occhi lucidi e luminosi. Mi ravvivo i riccioli neri che mi ricadono sulle spalle, poi mi volto indietro verso di lei.
«Ti muovi?» brontolo, battendo il piede contro le mattonelle gelide.
Si alza barcollando, mi segue al tavolo in silenzio. Mi siedo facendo cenno al barista di portarmi il solito.
Mentre lei si accuccia per terra, al mio fianco, fissando ostinatamente il pavimento.
Mi guardo intorno senza soffermarmi su nessuno, aspetto il mio drink e mi domando in che modo concludere una serata oltremodo monotona.

Kiara Olsen