Martin & Radar – 7° parte

Io e Radar facciamo sesso. Facciamo l’amore. I corpi si toccano, le anime si sfiorano, i cuori battono all’unisono.
Mi sento languida, morbida e molto, molto eccitata. È Lui, è la situazione, è l’adrenalina, è il gioco, è il sapere che l’altro è davvero ciò che vogliamo.
Non sono né tigre né gatta, sono Donna.
Completa.
Perché?
La mia natura dominante dovrebbe scontrarsi con la sua. Così come il suo essere Master dovrebbe scontrarsi con la mia indole non proprio docile e sottomessa…
E invece, per qualche motivo sconosciuto, ogni gesto fra noi è perfetto. Ogni parola, ogni sussurro.
Il flogger giace fra le lenzuola, ogni tanto lo afferriamo e fingiamo di volerlo usare.
Ma il verbo è sbagliato, non è finzione, è esattamente ciò che desideriamo: dare il massimo del piacere all’altro, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo.
Ridere, parlare, ridere ancora. E noi che non smettiamo mai di goderci.
«Che fai?» gli domando, osservandolo rovistare dentro il pozzo.
Il pozzo è il suo zaino, l’ho battezzato io così, un giorno, quando lui sembrava tirarci fuori di tutto. Stile borsetta di Mary Poppins. Solo che pozzo dei desideri mi sembrava più consono.
Radar sorride, con quel suo sguardo che ti entra dentro e ti centrifuga tutta. E fra le mani gli compare un ovetto vibrante.
«Uh! Che ci vuoi fare con quello?»
So bene cosa voglia fare, la nostra complicità è anche questa: prenderci e rincorrerci, amarci e possederci. Giocare con il corpo e con le parole. Con gli oggetti e le sensazioni.
Senza paura. Senza alcun tipo di timore.
Quando il toy è dentro di me, Lui aziona il telecomando e le vibrazioni si riverberano in ogni mia fibra.
«Uhm…» miagolo, mentre si allunga sopra di me. «E adesso?»
«Adesso ti scopo, no?»
«Ma…»
«Shhh…»
Getta il piccolo oggetto che gestisce il mio piacere liquido dall’altra parte del letto, mi afferra i polsi e me li costringe sopra la testa, scivolando in me senza sforzo.
Gli orgasmi si susseguono imperiosi, ho la sensazione che potrei impazzire per il piacere che provo. La sua bocca avida cerca la mia, i miei rantoli si perdono in Lui.
E io fremo, tremo, godo e mi innalzo su vette sempre più alte, stringo e rilascio la muscolatura interna e gli strappo gemiti intensi.
Sono così, bloccata, presa, persa e impotente di fronte alla sua forza e alla sua voglia di amarmi.
E non mi sono mai sentita più libera in vita mia. Perché mentre mi scopa corpo e anima, Lui mi sta donando tutto se stesso.

Martin & Radar – 6° parte

Pochi minuti più tardi le fragole riempiono il cesto che ho sistemato sul comodino: grandi, rosse e succose. Ora ho il tempo di una doccia veloce, e poi… Lui sarà qui.
La tigre si è sfamata, è sazia di giochi impari, ha voglia di dare. Ha voglia di prendere il suo uomo e di possederlo. Di farsi prendere e mangiare. Di sbatterlo contro il muro e di lasciarsi sbattere.
«Ciao…»
«Ciao…»
Quella strana emozione che non ha un nome, ma che sa annidarsi nel petto e rendere la voce più bassa di un’ottava… è lì, pronta a liberare la sua energia. La sento salirmi in gola.
Radar entra in casa, posa lo zaino a terra e mi stringe a sé: c’è tutto in quell’abbraccio.
E un attimo dopo ce l’ho addosso, affamato, assetato, mio. Il profumo della sua pelle mi manda in estasi, così come i denti che affondano nel collo forti e delicati.
«Adoro la tua pelle liscia…» mormora, la mano infilata in mezzo alle mie gambe.
Da qualche parte un pensiero mi attraversa fugace come una meteora: volevo spogliarlo, volevo portarlo di là, volevo… Ma l’orgasmo è impellente, e cancella ogni altro volevo.
«Vienimi così, sì…»
Basta la sua voce a incendiarmi il sangue, a incresparmi la mente e dannarmi l’anima. La sua bocca e le sue mani sono ciò che il mio corpo brama.
Lo voglio. Voglio quest’uomo da impazzire.
«Dammi il tuo cellulare, per favore» gli chiedo, fissandolo.
Me lo porge senza alcuna esitazione, un sorriso negli occhi.
«Aspettami qui.»
Meravigliosa la sua fiducia.
Appoggio il telefono accanto al cestino colmo di frutta, poi torno sui miei passi e prendo il mio.
«Credo tu abbia ricevuto un messaggio» affermo, mentre lo abbraccio stretto. «Fossi in te, andrei a vedere.»
Lo seguo in camera, lo osservo leggerlo, e poi mi godo la sua espressione che si allarga in un sorriso diabolico.
«Nel caso questo stimoli la tua fantasia… Oh, yes, baby! Eccome se me la stimola!» esclama, prima di annullare la distanza fra noi e spingermi sul letto.
Non abbiamo tempo, i vestiti spariscono e quasi non ce ne accorgiamo, le bocche si cercano, le mani si stringono.
Distesa sulla schiena, lo guardo prendere una fragola, e poi inginocchiarsi fra le mie gambe. Non interrompiamo mai il contatto visivo, nemmeno quando sussulto perché avverto la freschezza del frutto sulla pelle accaldata.
Me la strofina sul clitoride, più volte, prima di immergerla nei miei umori. È una sensazione stupenda, mi fa rabbrividire.
E quando la estrae e me la offre, non posso far altro che aprire la bocca e gustarla: il mio sapore aromatico e intenso mi provoca ondate di piacere intenso.
«Una per uno!» mi spiega ridendo, prendendo un secondo frutto.
Ho l’impressione che questa sia ancora più fredda, ma probabilmente sono io a essere ancora più calda. Vorrei chiudere gli occhi per godere appieno della situazione, ma non lo faccio: guardarlo mangiare la fragola che sa di me è… beh, è indecentemente lussurioso.

Venduta

Un blog che merita di essere seguito 🙂

Camille Bordeaux Scrittrice

venduta_copertina

Un nuovo racconto, per il blog.
Pubblicherò a puntate, quindi… seguitemi!
Buona lettura!

VENDUTA
-PROLOGO-

«Sei proprio carina» disse Roberto, passandola da capo a piedi.
Nonostante il pigiama in flanella che indossava, Anna si sentì nuda sotto il suo sguardo acceso.
«Lasciami passare. Dov’è mamma?»
«Sta dormendo. Con tutto il lexo che si è scolata, dormirà bella beata fino a domani mattina» ghignò lui, sbarrandole la strada «Chi lo avrebbe mai detto che la bambina della mia nuova moglie sarebbe stata così?»
Anna aveva vent’un anni. Frequentava l’università e viveva ancora con la mamma. Il padre le aveva abbandonate tempo addietro, e non si era più fatto rivedere. Era stata mamma a prendersi cura di lei. Andava tutto benissimo, fino a quando era entrato nella loro vita Roberto. Era più giovane di mamma di sedici anni, alto e bello. L’aveva fatta innamorare perdutamente, tanto che in soli pochi mesi avevano…

View original post 151 altre parole

Martin & Radar – 5° parte

Le mie unghie tracciano profondi segni rossi lungo un fianco, fino a raggiungere l’esterno della coscia. Le mie dita intanto lo preparano a piangere per me.
«Stai fermo!»
Ci prova. Lo so che ci sta provando. Con scarsi risultati. Guizza a destra e a sinistra a ogni mio tocco, a ogni mio graffio. Geme.
Dovrebbe implorare, in realtà…
Mi tiro su soddisfatta, tolgo il guanto e prendo il flogger.
«Le tue lacrime, Martin. Prima di darti quello che vuoi.»
Contare e ringraziare, contare e ringraziare. Il suono della sua voce accompagna i miei movimenti e la mia fantasia, fin quando cede, si arrende e piagnucola in modo indistinto.
«Che cosa desideri?»
«Il tuo… Il tuo piacere.»
La sua schiena e il suo culo sono gradevolmente striati, segnati, posseduti. Il gioco è finito, il pianto ha interrotto il dolore, ora è tempo di godere dei frutti maturi.
«Che bel sederino che hai…» sorrido, mentre il vibratore raggiunge la sua meta senza indugio.
Lo accendo e lo lascio lì, disinteressandomene del tutto. Libero i polsi di un Martin sudato e di nuovo in piena erezione, mentre con uno sguardo lo obbligo a mantenere la posizione a quattro zampe.
La voglia preme contro la pelle facendo scorrere brividi caldi.
Voglio Radar. Lo voglio adesso.
Mi siedo sul divano, poi invito lo schiavo a spostarsi quel tanto che basta per trovarsi con il viso all’altezza delle mie ginocchia.
Immagina.
Spera.
Crede.
Non sa.
È il primo incontro, ciò che bramava l’ha ottenuto, non sa se userò il suo corpo e la sua anima in altri modi. E a dire il vero non lo so nemmeno io. So che la sua lingua la voglio sentire.
Voglio calmare il mio ribollir di pensieri e umori, così intrecciati da sembrare fusi: mente e corpo posseduti dalla stessa bramosia, dallo stesso senso di attesa che ingigantisce di minuto in minuto.
Perché Lui sta per arrivare.
Gli occhi di Martin sono fissi nei miei.
«Cosa ti dà il diritto di guardarmi in quel modo?»
«Kiara, non puoi saperlo senza osservarti dall’esterno. Sei… Fa’ ciò che vuoi, ma non privarmi del godere dell’estasi dipinta sul tuo viso ora.»
La risposta mi piace, annuisco, sollevo il miniabito e apro le gambe.
«Rendila perfetta…» gli ordino, mentre lo afferro per i capelli e lo guido fra le mie cosce. «La bocca, Martin. Nient’altro che la bocca.»
E finalmente esplodo e mi dissolvo, in una girandola di sussulti e fremiti.
E poi… E poi la stanza riprende a essere solo una stanza, e noi soltanto noi.
«Vorrai rivedermi?» mi chiede, quando è già fuori dalla porta.
«Sì.»
«Grazie, mia divina creatura.»
Divina creatura?
Sorrido e chiudo, prima di appoggiarmi con la schiena contro di essa: lo sguardo mi cade sul sacchetto posato sul mobile con indifferenza, e il cuore fa un salto in avanti nel tempo.
È tardi, devo sbrigarmi a preparare… tutto.

Martin & Radar – 4° parte

Ho voglia. Una dannata voglia.
Ma non adesso, non è il momento, mi riscuoto dalla trance che sembra averci colti entrambi e scendo. Rimetto i tacchi, afferro il flogger e torno di fronte a lui.
Le mollette sui capezzoli e sui fianchi sono così attraenti… Voglio farle saltare via con qualche colpo di frusta mirato. Martin è teso, sa perfettamente ciò che sta per accadere, abbiamo parlato un paio di volte in chat di questo mio piacere ombroso.
«Fa’ silenzio.»
Mi sposto di lato, e lascio che la mia mano diventi un tutt’uno con il flogger, che danzando ferisce l’aria e sibila sulla pelle.
«Mmm…»
Non riesce a trattenere i gemiti, e in fondo non è nemmeno ciò che desidero… Mi piace sentire i suoi lamenti, mi eccita a dismisura.
Quando anche l’ultima pinza cade a terra con un tonfo secco, scorgo nei suoi occhi una luce soddisfatta. Non sono ancora lacrime, ma il piacere è evidente.
Lo libero dalla prigionia alla parete, poi lo guido verso il tavolo. Le sue mani sono gelate. Di colpo mi paro di fronte a lui e me ne porto una in mezzo alle gambe.
«Porca putt…»
Lo schiaffo è forte e deciso, ma non mollo la presa sul suo polso.
«Stai. Zitto!» ringhio, fulminandolo con lo sguardo.
«Scusa. Scusami. Non mi… aspettavo… Dio, sei bollente!»
«Voglio un orgasmo. Ora. Muoviti.»
Le dita fredde sono un contrasto piacevolissimo con il calore della mia pelle. Pochi secondi e ottengo ciò che voglio.
«Leccale» gli ordino, prima di sedermi a osservare i suoi movimenti lenti.
Mi piace il suo sguardo al tempo stesso fiero e adorante. Come una sfida tacita e orgogliosa. Si aspetta di nuovo che da un momento all’altro io gli faccia male. Molto male.
«Martin, vieni qui. A quattro zampe. Sul tappeto.»
Naturalmente obbedisce all’istante. Lo lascio lì ad attendere per un po’, il capo rivolto in basso. A chiedersi cosa stia per accadere. Con l’erezione pulsante e viva. E il respiro nuovamente corto.
Dopo un ragionevole periodo di tempo, mi alzo e gli lego i polsi alle caviglie: fronte a terra, gambe divaricate, sedere in alto.
Infilo un guanto di lattice, prima di chinarmi a sfiorargli le natiche. Un sussulto, un gemito, un brivido che gli corre impazzito lungo le braccia: vedo i peli rizzarsi e mi sfugge un sorriso.
Il profumo del lubrificante giunge alle nostre narici nello stesso momento. Lo so perché all’improvviso il suo respiro cambia ancora, diventa irregolare e strozzato.
«Mi vuoi?»
«Sì. Sì, per favore…»
Che meraviglia di schiavo…