Martin & Radar – 1° parte

«Chiudi gli occhi.»
So che lo farà, so che abbasserà le palpebre prima che io apra del tutto. Il cellulare incollato all’orecchio, e il cuore che batte a mille.
«Volta le spalle alla porta. Resta lì. La safeword è il tuo nome. Altro non devi dire.»
Sono in piedi dietro di lui, che immobile attende. Solo il respiro lo tradisce. Vibra affannoso nell’aria. Lo trattiene per un attimo quando gli bendo gli occhi, poi lo rilascia in modo sottilmente rumoroso.
«Vieni dentro.»
Lo aiuto a girarsi e lo guido nell’appartamento. Trenta metri quadrati di confortevole normalità.
«Spogliati.»
Mi appoggio al muro, incrocio le braccia sul petto e lo osservo compiere movimenti impacciati per liberarsi degli abiti. Apprezzo molto il suo silenzio.
È mio, e lo sa.
Liscio il corto vestito nero con una mano, mentre con l’altra faccio ruotare la candela accesa, cosicché la cera si muova nell’incavo scavato dalla fiamma. Poi torno a posarla sul mobile.
Lui è nudo di fronte a me. Percepisco in modo chiaro il suo disagio. E ne godo. Sussulta quando mi avvicino. Sorrido e gli prendo le mani. Sono gelide.
«Siediti.»
Lo aiuto a prendere posizione sulla sedia di metallo voltata al contrario. Poi fisso le sue caviglie alla stessa con fascette di plastica. E infine anche i suoi polsi sono bloccati dietro alla schiena.
«Lo so, sono strette. Evita di muoverti e non ti faranno male.»
So che, privato della vista, gli altri suoi sensi sono più sensibili e tesi. Ascolta ogni rumore, immagina ogni mio movimento.
Immagina me.
All’improvviso lo afferro per i capelli e gli tiro indietro la testa, facendogli sfuggire un gemito. Mi chino a sfiorargli le labbra, ma quando capisce che sono così vicina, sono già lontana.
Sorrido. La sua frustrazione è evidente. E non solo quella…
«Ora ti toglierò la fascia. Tieni gli occhi chiusi ancora un momento. Ti dirò quando aprirli.»
Lo faccio sciogliendo il nodo con delicatezza, poi la lascio scivolare a terra e mi sposto di fronte a lui; mi appoggio al tavolo, incrocio appena le gambe fasciate da calze nere e gli ordino di guardarmi.
Leggo nei suoi occhi l’eccitazione. Si morde appena un labbro, forse per trattenere le parole che non ha il permesso di pronunciare. Butto dietro le spalle una ciocca di capelli, sono lunghi e ondulati e so bene che piacciono agli uomini.
Il flogger giace inerme sul tavolo fra noi. Come una promessa, come una minaccia. I suoi occhi seguono i miei e lo fissano per un lungo istante.

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