La strada maestra

Il buio ti avvolge morbido e sensuale.
Le mie mani sfiorano la pelle calda del tuo torace nudo.
Sento il tuo respiro appena un po’ accelerato
accompagnare il mio in una danza ipnotica.

Provi l’emozione di non sapere.
Di non potere.
Ti ascolti reagire al tocco lieve
di una bocca delicata.

A volte lasciare che accada è la strada maestra
per il paradiso.

Anteprima Codice Orgasmo

«Ehi, Lisa, cazzo, mi fai versare il caffè!»
«Abbiamo una chiamata. Sospetta violenza domestica. Sta’ zitto e mettiti la cintura» gli ordino, appena sale sull’auto.
Dario è un buon collega, se non fosse sempre impegnato a bere porcherie o mangiare qualcosa di unto e fritto, potrebbe aspirare alla pensione. Con un gesto veloce svuota il bicchierino di plastica, mentre con l’altra mano cerca di assicurarsi al sedile.
«Lisa, porca puttana! Hai due tette da paura, ma sei schizzata come un grizzly!»
«La prossima volta guiderai tu, promesso!» rido, accendendo la sirena.

Il condominio è popolare, in aggiunta mal tenuto. Un casermone di almeno cinquant’anni fa, squadrato e tetro. Dall’androne saliamo le scale tenendoci a ridosso della parete macchiata di umidità. Udiamo distintamente i rumori provenire da un appartamento al primo piano.
«Stasera casca male, il bastardo…» ringhio, a voce così bassa che non sono sicura mi abbia sentito.
«Lo faccio io il poliziotto cattivo, Lisa…» mi risponde, invece, mettendo mano alla fondina. «E fai andare avanti me, che se no mi concentro sul tuo bel culo.»
«E piantala, Dario!» replico, facendolo passare. «Non ci sto, lo vuoi capire?»
Suono il campanello; il fracasso sembra cessare per un attimo, poi qualcuno si avvicina alla porta e apre lo spioncino. Mostriamo i documenti, e ci qualifichiamo.
«Andatevene! Non abbiamo bisogno di voi!»
«Apri la porta, subito!» lo minaccio, pronta a far saltare la serratura.
«Lisa, che cazzo fai? Riprenditi, per l’amor del cielo! Scopa con qualcun altro, se preferisci, ma datti una calmata!»
Dario posa le mani sulle mie, facendomi abbassare la pistola.
«Ok, ok, va bene!» mi arrendo, soffiando via il ciuffo di capelli biondi sfuggiti alla coda.
Appoggio la schiena contro il muro e lascio che sia lui a gestire la faccenda.
Sono troppo irruente, forse. O forse sono gli altri che sono troppo teneri. Di fatto, non sono il tipo che si trova spesso a proprio agio in mezzo alla gente.
Dario è riuscito a farsi aprire la porta, e la scena che ci si para davanti è grottesca.
Una donna enorme, una quantità industriale di stoviglie rotte sul pavimento, e un uomo seduto al tavolo della cucina che si tampona la fronte con un canovaccio.
«Che diavolo sta succedendo qui?»
«Niente, agente, una piccola discussione! Ora non si può nemmeno più litigare in pace?» sbraita la signora, visibilmente irritata. «Diglielo anche tu, caro…»
Il marito, l’aria dimessa e un sorriso sciocco dipinto sul volto, conferma le sue parole lanciandole uno sguardo stucchevole.
Mi viene da vomitare.
«Vuole sporgere denuncia?» gli chiedo, già sapendo di perdere tempo.
Cinque minuti più tardi io e Dario siamo di nuovo sul pianerottolo. Mentre lui parla con la centrale, noto un uomo salire le scale e dirigersi verso un appartamento in fondo al corridoio.
La sensazione di averlo già visto mi allerta i sensi in modo fastidioso. Come un’improvvisa folata di vento gelido.
Lo sconosciuto si volta verso di me, sento il mio collega confermare il nostro essere operativi, mi rendo conto che sto muovendo un passo verso quell’uomo, e all’improvviso il suo sguardo mi fa capire che la conoscenza è reciproca.
Entra veloce nell’alloggio, sbattendo la porta dietro di sé.
«Lisa, dove vai?»
«Hai visto quel tipo?»
«Quale? Ma dove vai?»
Ferma contro la parete, di fianco all’ingresso e con la pistola fra le mani, mi sforzo di ricordare dove mi sia già imbattuta in lui, e quando.
«Che vuoi fare? Sei impazzita?» mi bisbiglia Dario, appostato come me. «Cosa…»
«Shhh… Senti il rumore? Sta fuggendo dalla finestra! Io entro!»
«Assolutamente no! Chiamo i rinforzi, anche se non so che ti passa per la testa!»
Mentre parla, ho già sfondato la porta con un calcio. Non ho sentito niente, ma non ho voglia di perdermi in chiacchiere. Soprattutto se ho ragione.
«Mani in alto! Polizia!»
«Ma porca…» sento grugnire Dario, prima che si unisca a me.
Nella stanza c’è una sola persona, seduta davanti a un computer, le braccia sollevate sopra alla testa. Non è quella che ho intravisto prima.
«Tienilo d’occhio, prendo l’altro.»
«Lisa!» strilla Dario, fuori di sé dalla tensione. «No!»
Ho ricordato il viso: è un esponente di una cellula terroristica che non siamo mai riusciti a pizzicare. Dobbiamo agire in fretta, la fortuna ci ha fatti capitare qui. Se ora ci sfugge…
«Fermo dove sei!» gli intimo, vedendolo armeggiare con la finestra. «Polizia. Alza le mani.»
«Credo ci sia un equivoco» mormora, ubbidiente, mentre si volta verso di me.
«Faccia al muro, e mani bene in vista!» sbraito, dandogli uno spintone in mezzo alle spalle.
Controllo che non sia armato, poi rimetto la pistola nella fondina e gli porto le braccia dietro alla schiena per ammanettarlo.
«Agente, le ripeto che c’è un equivoco» mi dice ancora, un sorrisetto beffardo a scoprirgli appena i denti bianchissimi.
«Sì, certo, come no. Sta’ zitto, devo leggerti i tuoi diritti» borbotto, trascinandolo nella stanza di prima.
«Lisa, avevi ragione!» esclama Dario appena mi vede. «Ho già chiamato in centrale, arriveranno presto. Stavano progettando…»
«Lo so. Lo immagino. Questo qui è una vecchia conoscenza.»
Facciamo sedere i due prigionieri uno accanto all’altro, mi passo una mano sulla fronte sudata e torno a guardare il tipo che ho appena arrestato.
«Hai controllato tu le altre stanze?» domando al mio compagno, improvvisamente vigile.
«Sì, tranquilla. Perché?»
«Ho sentito un rumore…»
«Vado io. Saranno i nostri colleghi.»
«Aspetta!»
«Resta qui, Lisa.»
Indugio due minuti, in piedi accanto al divano. Non mi piace per niente il silenzio che ci circonda. Meglio se trovo il modo di impedire a questi due di fuggire e lo raggiungo.
«Alzati» ordino all’uomo del pc.
«Non muoverti» mi intima una voce maschile alle spalle.
Merda.
«Mani sopra la testa, e voltati.»
Uno sconosciuto è apparso nel vano della porta, tiene Dario sotto tiro, un braccio intorno al collo e la rivoltella puntata alla tempia.
«Butta la pistola a terra… Brava, ora spingila verso di me. Saprai come si fa, no?»
«Non fare cazzate, stanno arrivando i rinforzi, minacciare due agenti non è…»
«Sta’ zitta, troia!» mi urla, mentre colpisce Dario sulle spalle e lo costringe in ginocchio.
Lo fa sedere per terra, poi lo obbliga ad ammanettarsi al termosifone, sempre tenendogli l’arma puntata alla testa.
«E ora libera i miei amici, svelta!»
Ubbidisco, mentre cerco di valutare quanti minuti possano essere passati. Una manciata, non di più. I nostri dovrebbero essere sul punto di arrivare… Devo riuscire a riprendere il controllo della situazione, o sarà un’agonia. Lancio un’occhiata di sfuggita a Dario, non mi sembra ferito, ma è in evidente stato di choc.
Dannazione.
Il colpo, anche se attutito dal silenziatore, mi fa fermare il cuore: uno dei prigionieri, appena liberato, ha distrutto il pc.
Il secondo, sparge il cervello di Dario sulla parete.
Non ho la forza di gridare. Non mentre sto fissando una rivoltella dal lato sbagliato.
«Bye bye, stronza ficcanaso!»
«Piantala, Blake. Andiamo, lei ci può servire.»
«Per colpa sua è saltato un ottimo rifugio!» ringhia l’altro uomo, quello che avevo riconosciuto.
Gary La Roccia, un fanatico, un terrorista, un assassino. E questi paiono proprio essere i suoi degni compari.
Sento le sirene avvicinarsi, i miei colleghi saranno presto qui.
«Cammina, in silenzio» mi ordina il terzo elemento della banda, mentre mi stringe un braccio.
Entriamo in camera da letto, non capisco le loro intenzioni. Ho il cuore che batte impazzito nel petto, e Dario…
Quello che voleva spararmi poco fa ci sospinge nella cabina armadio, poi richiude la porta alle nostre spalle.
«Boris, lasciala» dice al mio aguzzino, prima di schiacciarmi contro il muro. «Apri, ci stanno addosso.»
Mi ammanetta i polsi dietro alla schiena, poi mi fa voltare con uno strattone e mi costringe ad avanzare verso il fondo del locale. Guardo allibita la parete che non c’è più. Anzi, il vuoto che ha preso il suo posto.
«Sorpresa? Dài, muoviti, che ce ne andiamo.»
Blake è una montagna, mi afferra per la vita e con una mano sola si cala usando la pertica che scompare nel buio, stringendomi forte.
Maledetti, sono organizzati… Un’uscita secondaria di tutto rispetto, i miei amici ci metteranno troppo tempo a capire dove siamo.
Merda e ancora merda.
Nei minuti che seguono mi sembra di vivere in un incubo, dove tutto avviene alla velocità della luce e contemporaneamente al rallentatore.
Mi sbattono dentro un furgone bianco, anonimo, uno straccio infilato in bocca. Gary si mette alla guida e ci porta via, mentre Boris mi tiene sdraiata a terra, il busto appoggiato contro di sé.
«Cazzo ne facciamo di questa troia? È una poliziotta, mica una puttanella qualsiasi! Io dico che dovevamo lasciarla insieme al suo compare!» esclama Blake, in piedi di fronte a noi.
«Io dico che da morta non ci serve…» borbotta lo stronzo che mi tiene immobilizzata. «Possiamo divertirci un po’, rilassati… Hai visto che curve?»
Scalcio per quanto mi è possibile, nel tentativo di liberarmi. Intanto il furgone sta lasciando la città, me ne rendo conto dal fatto che filiamo a velocità di crociera, senza semafori a infastidirci.
«In effetti…» sorride Blake, inginocchiandosi.
Mi toglie le scarpe, mentre Boris mi passa un braccio intorno al collo. Non riesco a respirare, annaspo, il panico che si scioglie nelle vene come acido. La vista mi si appanna, sento lo strappo della camicia e il rumore dei bottoni che saltano via e, in contemporanea, due mani che mi aprono i pantaloni e iniziano a sfilarmeli.
«Sta’ ferma, cagna! Un’altra volta ci pensi bene prima di rompere i coglioni al prossimo!» sibila quello che mi sta strozzando. «Se vuoi restare cosciente, sta’ ferma!»
Ho gli occhi che mi lacrimano, smetto di dimenarmi, tanto è inutile: mi violenteranno lo stesso. Luridi bastardi. Boris se ne accorge, allenta la presa, mi taglia il reggiseno con un coltello a serramanico e lo sfila via, poi inizia a palparmi, mentre il suo compare mi libera anche delle mutandine e mi obbliga a spalancare le cosce.
Mi aspettavo che mi avrebbe presa così, senza alcun riguardo, per il gusto di umiliarmi, e invece sento la lingua iniziare a esplorarmi con calma, strusciandosi sul clitoride, insinuandosi all’interno, provocandomi mio malgrado brividi di eccitazione. Che si irradiano ai capezzoli strizzati e pizzicati dalle dita di Boris.
«Brava, troietta, vedi che godi se non ti ribelli?»
Ridono entrambi di gusto, continuando a giocare col mio corpo. Devo pensare ad altro, distrarmi, non posso permettergli di farmi questo…
Emetto un gemito strozzato quando mi infila dentro un dito, subito seguito da un secondo, e prende a masturbarmi con forza. Senza smettere di succhiarmi e leccarmi.
«Dài, mandala in estasi, ma non farla venire, non è il momento…» gli dice Boris, tirandomi un po’ su per arrivare a stringere fra le labbra un capezzolo. «La portiamo al capo bella calda, magari apprezzerà…»
«O ci sparerà in fronte per esserci fatti beccare. E non aver eliminato subito anche lei.»
«Nah… Gradirà l’omaggio, vedrai… Ma non parlare, continua a fare quello che stai facendo, che la stronzetta qui è tutta un fremito!»
Quando mi infila un dito nel sedere sobbalzo e mi dibatto come posso, tentando di sottrarmi all’ennesima violenza. Boris reagisce stringendomi di più il collo e torcendomi un capezzolo con crudeltà.
«La prossima volta che tenti di opporti, ti metto carponi e ti faccio il culo viola con la cintura, hai capito?» bisbiglia, prima di leccarmi l’orecchio.
Non posso stare ferma, mi sta facendo male. Non so quante dita mi abbia messo dentro, mi sento frugare in ogni angolo, e, nonostante questo, so di essere bagnata.
«Uhm… Quasi quasi me la scopo…» borbotta Blake, usando entrambe le mani per masturbarmi.
«No, siamo quasi arrivati… avrai tempo!» gli dice Boris, iniziando a stringermi il seno, mentre con il pollice si strofina sul capezzolo turgido. «Per il momento gustatela e basta.»
«Ma è un lago, verrà da un momento all’altro!» protesta Blake, un attimo prima di iniziare a mordicchiarmi il clitoride.
Gemo e mi contorco, piena delle sue dita e della sua lingua. Maledetti bastardi, maledetti…
«Puttanella, se osi godere, ti prometto che te ne farò pentire, prima di ammazzarti, è chiaro?»
Il furgone sterza di colpo, poi rallenta fino a fermarsi. Per poco non mi spello il sedere sul fondo.
«Cazzo state facendo, imbecilli?» ride Gary, appena apre il portellone. «Non sapete proprio tenervi il cazzo nelle mutande, eh? Su, tutti fuori!»
«Veramente, l’unica con la mercanzia esposta è la signorina!» replica Blake, tirandosi su. «L’abbiamo solo stuzzicata un po’…»
Boris sogghigna, mi costringe ad alzarmi in piedi e mi spinge verso l’uscita. Sono scalza, e nuda, a parte la camicetta strappata e abbassata sulle spalle a impedirmi ogni movimento. Sollevo lo sguardo, e incontro i suoi occhi gelidi.
«Beh? Che problema hai a farti vedere da altri uomini, dopo che hai quasi raggiunto l’orgasmo perché il mio amico, qui, ti stava frugando un po’? Cammina, zoccola!»
Ci siamo fermati all’interno di un capannone, Boris mi trattiene per un braccio e mi obbliga ad avanzare verso il fondo del locale, verso una porta dall’aria anonima.
Non ho idea di dove diavolo siamo. Temo che i miei colleghi non mi troveranno mai. E questi bastardi mi violenteranno fin quando decideranno di uccidermi. Devo usare il cervello, trovare il modo di fuggire. Prima o poi mi toglieranno ‘ste cazzo di manette, mi basta mettere le mani su una pistola e…
«Smettila di guardarti in giro!» ringhia Gary, piazzandosi di fronte a me dopo avermi liberato la bocca. «Non andrai da nessuna parte, non illuderti!»
«Perché la cosa ti preoccupa, allora?»
Mi rifila un manrovescio che mi fa mordere la lingua, anche se in fondo me lo aspettavo.
«Entra, e inizia a pensare che la tua vita è appesa a un filo!» mi dice, ficcandomi di nuovo quella schifezza fra i denti. «Così eviti di farti ammazzare prima del tempo…»
Nella stanza entriamo solo io e Boris. Un uomo è seduto a un tavolo che gli fa da scrivania, ingombro di carte e con un portatile aperto sopra.
Mi guarda per un breve istante, prima di tornare a posare gli occhi sul monitor.
«Chi è ‘sta stronzetta?»
«Una poliziotta ficcanaso. Per colpa sua e del suo compare abbiamo bruciato una base in città.»
Lo sconosciuto si alza con un movimento felino. Non è molto alto, direi come me o poco più. Capelli e occhi scuri, corti, jeans e polo grigi. Mi ricorda più un amministratore delegato che un gangster…
«Lui dov’è?»
Glielo chiede mentre mi accarezza un seno con aria distratta. Il mio sguardo furioso non lo tocca minimamente.

Continua…

Acquistabile su: www.eroscultura.it