Tu non esisti – 1° capitolo

La sabbia è bagnata sotto i miei piedi scalzi. Il mare, una distesa di infinito buio.
Mi siedo, incurante dell’umidità che rapidamente inizia a impregnarmi i vestiti; mi abbraccio le gambe poggiando il mento sulle ginocchia.
Sospiro.
Alzo lo sguardo verso il cielo stellato sentendomi piccolo e invidioso della maestosità dell’universo. La luna, un’esile falce, è velata da una nuvola solitaria. È  un vero peccato non poter ammirare il suo flebile chiarore diffondersi sulla superficie delle onde.
L’odore della salsedine mi solletica le narici: inspiro profondamente, socchiudendo gli occhi. Il ricordo di mille altre notti come questa si riversa nel mio cervello, facendomi fremere di impazienza per quello che verrà.
Che meraviglia, non potrei mai farne a meno. Del mare. Della notte. Della pace.
La nuvola si è spostata, e la luna ora risplende in tutto il suo incanto.
Vorrei toccarla per essere certo che esiste.
Invece mi tocco la fronte imperlata di sudore, spostando una ciocca di capelli dagli occhi, vivi testimoni del mio essere nudo davanti alla potenza dei miei desideri.
Un brivido mi percorre la schiena. È tempo di andare.
Il coltello, già sporco del suo sangue, è improvvisamente più leggero nella mia tasca.
Come sempre, la magia si è compiuta: l’anima si è acquietata, il cuore ha iniziato a pulsare impalpabile e profondo.
I miei sensi sono pronti a godere ogni istante dell’avventura che sta per iniziare.
Che è iniziata. Sette ore fa.
Mi dà fastidio la sabbia nelle scarpe mentre cammino spedito sul lungomare con le mani infilate nei jeans. Non c’è anima viva.
Sorrido, pensando alla folla multietnica che invade il paese durante l’estate e lo abbandona quando le prime foglie iniziano a cadere dagli alberi.
Mi sbagliavo: qualcuno c’è.
Ho appena oltrepassato una coppia avvinghiata nell’oscurità di un androne, le loro risatine soffocate mi accompagnano per un breve tratto.
Forse stasera sarà la volta buona, forse la ragazza gli permetterà di salire in casa sua e di possedere il suo giovane corpo per la prima volta.
O forse no.
Accelero il passo, la mente rivolta a Lei.
So che mi sta aspettando.
Lo so perché l’ho imparato sulla mia pelle. La prima volta… Dio, non riesco ancora a pensarci senza che la rabbia si espanda dentro di me come un fumo velenoso.
Era bella, bellissima e fiera. Aspettai troppo poco tempo, non ero pronto ad affrontarla, e lei non era abbastanza spaventata. O magari lo era, ma aveva ancora la forza per ribellarsi e lottare contro di me.
L’ho uccisa prima che l’avventura potesse avere inizio. Che inutile spreco.
La chiave gira nella serratura con un colpo secco. Sono a casa. La luce al neon della cucina illumina la stanza di un bagliore freddo e indifferente; butto il giubbotto di jeans sul tavolo, e mi prendo una birra.
Ora sono davvero pronto. E anche Lei lo è.
Scendo le scale tenendo in mano una torcia elettrica.
La tavernetta è la mia stanza preferita. È la mia stanza dei giochi.
Le telecamere riprendono ogni angolo, ogni millimetro quadrato di questo luogo di delizie e di torture. Affinché il mio piacere possa reiterarsi all’infinito.
Muri e soffitto sono dipinti di blu, il pavimento è ricoperto da una folta moquette azzurra, due poster raffiguranti il sistema solare e gli anelli di Saturno riempiono un’intera parete.
Il letto a baldacchino in ferro battuto occupa una buona parte del locale; le tende che lo circondano, di candida organza, creano un’atmosfera intima ed eccitante.
Un piccolo tavolo rettangolare e due sedie sono sistemati lungo la terza parete, mentre sulla quarta si affacciano due porte: il bagno, e l’incubatoio.
Ed è proprio qui che Lei mi sta aspettando. In questa stanzetta di tre metri per tre, vuota e fredda. Buia. Completamente fuori dal mondo.
L’esperienza mi ha insegnato che dopo aver trascorso il giusto tempo in questo luogo, la mia preziosa Sally è disposta a fare qualsiasi cosa pur di non tornarci.
È  stato difficile capire quale fosse il giusto tempo: troppo poco… bah, indomabili; troppo… impazzite, o già morte.
Spengo ogni luce prima di posare la mano sulla maniglia della porta e aprire.
Il fascio luminoso della torcia la investe impietoso.
«Alzati.»
Ubbidisce senza emettere un solo suono attraverso il bavaglio che le impedisce di parlare. Gli occhi, di un caldo nocciola, le lacrimano per l’improvvisa luminosità.
Resta in piedi di fronte a me, il corpo nudo immobile, quasi a sfidarmi. Immagino le sue mani strette a pugno, ammanettate dietro alla schiena.
Sorrido.
«Non dire niente se non per rispondermi…» le ordino, strappando via la stoffa che le riempie la bocca. «Hai diritto a chiedere una cosa soltanto: fai la domanda giusta, e sopravvivrai.»
«Acqua… per favore.»
Interessante. Potrebbe essere quella giusta.
«Cammina» sibilo, afferrandola per il braccio dove qualche ora fa è affondata la lama del mio coltello. La sento irrigidirsi, ma non protesta.
Ancora più interessante.
La conduco nel bagno, richiudo la porta dietro alle nostre spalle, accendo la luce crudele.
Mi guarda riempire un bicchiere e avvicinarlo alle sue labbra. Beve avidamente lasciando colare l’acqua lungo le guance, gli occhi fissi nei miei.
Il taglio sul suo avambraccio non è profondo, il sangue si è rappreso abbastanza velocemente.
È  bella, ogni curva al posto giusto… è più che bella, è sensuale, è eccitante… devo trattenermi per non allungare una mano e toccare il suo seno perfetto. Né piccolo né grande, ma sodo e meravigliosamente esposto al mio sguardo.
Ecco un’altra cosa che ho imparato: vanno lasciate al buio, legate e imbavagliate, nude. Senza i vestiti addosso, anche quelle che avrebbero il coraggio di tentare qualcosa, partono svantaggiate. La maggior parte delle volte non tentano nulla.
«Ancora…» mormora, vedendomi posare il bicchiere.
«Zitta» ringhio, obbligandola a sedersi sul gabinetto.
«Non… posso» balbetta, deglutendo a vuoto.
«Peggio per te» concludo, riafferrandola per il braccio ferito.
Spengo la luce e accendo la torcia, prima di trascinarla di nuovo verso l’incubatoio.
«Ti prego, no… non lasciarmi… lì!» rantola, puntando i piedi.
Il manrovescio la colpisce con violenza: cadrebbe se non la trattenessi con l’altra mano.
«Zitta!» ripeto, puntandole il fascio luminoso negli occhi. «Ti conviene imparare le regole del gioco, prima del mio ritorno.»
Le infilo gli auricolari di un ipod nelle orecchie, sistemandoglielo in vita con una cintura, prima di spingerla all’interno della stanza buia e fetida.
«Se osi toglierteli, sei morta.»
Non ribatte. Attraverso la porta sento i suoi singhiozzi soffocati.
Non devo avere fretta, per oggi è sufficiente così.
Risalgo le scale fischiettando. Sono le quattro del mattino, credo che dormirò qualche ora. Tanto, non ho nulla da fare, o da guardare.
Sally è impegnata. La mia voce le terrà compagnia per molto tempo.
Regola numero 1: domanda giusta, sarai premiata. Domanda sbagliata, sarai punita.
Regola numero 2: non chiederti se morirai. Tu non esisti.

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