Qualcosa di più di un semplice noi – 4° parte

Rientro in casa alle tre e mezza, il taxi mi lascia proprio sul portone. Cerco le chiavi e raggiungo in fretta il mio appartamento.
Corinne dorme sdraiata sul letto in modo scomposto, una gamba quasi a toccare terra, il cuscino stretto fra le braccia. Le sue amiche hanno gonfiato un materassino da spiaggia matrimoniale e giacciono sotto una montagna di coperte. Sistemo un po’ mia figlia, prima che cada o si svegli con le articolazioni anchilosate, poi me ne vado in cucina a farmi una camomilla.
Ho il terrore di aprire la porta, e invece resto piacevolmente sorpresa: piatti lavati e sportelli chiusi. Ho sempre più la sensazione che Corinne voglia qualcosa da me, e che la serata appena trascorsa sia solo la punta dell’iceberg.
La mia stanza deve confinare proprio con quella di Sebastiano, forse glielo dovrei dire che suonare il violino in piena notte è da fuori di testa. Tanto, se non lo farò io, ci sarà qualcun altro nel condominio a farglielo notare.
Mi addormento chiedendomi ancora chi fosse la persona che mi voleva parlare al night. Forse ha ragione la mia amica Ginevra, a forza di tenere gli uomini a distanza non so più come comportarmi, e una piccola cosa non prevista mi fa scattare come una molla.
«Mamma, il pranzo è pronto!»
Il pranzo? Mi sembra di essere venuta a letto dieci minuti fa…
«Ok, Corinne, dammi il tempo di farmi una doccia e vestirmi, e arrivo.»
Le ragazze hanno preparato la pasta al sugo, bistecche impanate e patatine fritte. C’è panpesto un po’ ovunque, ma non mi sembra il caso di lamentarmi.
«Ciao, come va?» le saluto, aiutandole ad apparecchiare la tavola.
«Tutto bene, grazie! Non abbiamo fatto casino, ieri sera, siamo state bravissime! E prima abbiamo studiato!» mi dice Carla, dopo essersi presa una gomitata nel fianco da Lorenza.
«Va bene, mettiamo le carte in tavola: che mi devi chiedere, Corinne?»
«Ma niente, mamma, perché pensi questo? Io…»
«E diglielo…» borbottano insieme, intanto che condisco la pastasciutta e la metto in tavola.
«Il prossimo fine settimana… posso andare a casa di Carla?»
Mi prendo il tempo per riflettere, la cosa è strana, non mi pare questa grande avventura per cui sono necessari studio, pranzo e mille salamelecchi.
Le osservo mangiare e guardarmi di sottecchi. Resistono fino al secondo, poi Corinne non ce la fa più.
«Ok, ok, vogliamo andare nella casa al mare dei genitori di Carla. I suoi ci portano, poi ci vengono a riprendere domenica sera. Per favore…»
«Non penso…»
«Mamma!»
«Non ti fai duecento chilometri per stare una sera al mare. Da sole, poi! L’argomento è chiuso.»
Si alza sbattendo le posate sul tavolo e si rifugia in camera sua.
«Francesca, forse…»
«No. È incinta, nel caso l’aveste scordato! Manca poco più di un mese alla fine della scuola, è meglio che occupi il tempo a studiare! Così come voi due!»
Le sue compagne la seguono nel giro di pochi minuti, senza commentare.
Sparecchio e preparo la lavastoviglie, prima di raggiungerle.
«Restate in casa, oggi pomeriggio, o uscite?»
Sono inginocchiate per terra, con il pc sul letto.
«Andiamo a prendere un gelato con gli altri… sempre se posso!» ringhia mia figlia, chiudendo il portatile.
«Se il tono è questo, immagino di no.»
Mi siedo sul divano e accendo la tv. Gli scontri sono all’ordine del giorno, ma non posso dargliele tutte vinte. Un viaggio del genere, per così poco tempo, nelle sue condizioni… è una stupidaggine. E poi non mi va di saperla sola, lontana da casa. Ha pur sempre quattordici anni, avrà tempo per crescere. Cioè, nemmeno tanto…
«Posso uscire, allora?» mi chiede, una mezz’ora più tardi.
È vestita con una salopette di jeans e un maglietta a maniche lunghe rosa; i capelli sciolti sulle spalle e il viso acqua e sapone la fanno sembrare ancora più piccola. Cioè, nemmeno tanto…
«Torna per cena, che dopo lavoro. D’accordo?»
Grugnisce una risposta incomprensibile, prima di uscire insieme alle sue amiche.
La mia bambina è ancora una bambina. Cioè, nemmeno tanto…
Spengo la televisione, infilo un paio di pantaloni leggeri e una maglia con la scollatura a barchetta, viola e con le impronte nere davanti, lego i capelli ed esco anch’io. Ho bisogno di prendere una boccata d’aria.
«Ciao, Francesca.»
Il mio vicino sta rientrando con un paio di buste della spesa. Il suo sorriso mi manda il cuore fuori giri. La cosa mi dà un enorme fastidio. Mi piace, anche se non voglio.
Mia figlia sta crescendo, anche se non voglio.
«Ciao.»
Non so perché, ma invece di andarmene, lo aiuto a portare dentro le borse.
«Accomodati, non fare complimenti» mi sfotte, richiudendo la porta.
Sento le guance imporporarsi e montare la voglia di mollargli un calcio negli stinchi.
«Scusa se ti ho dato una mano» bofonchio, voltandogli le spalle.
«Dài, scherzavo… Vuoi un caffè? Qualcosa da bere?»
«Una… Una coca, se ce l’hai.»
Bevo la bibita seduta al tavolo della sua cucina, mentre lui sistema gli acquisti. Non so cosa mi succeda, sta di fatto che mi ritrovo a raccontargli un sacco di cose su di me, compreso l’ultimo litigio con Corinne e i miei dubbi esistenziali.
«Tua figlia è incinta, quindi… e ha quattordici anni. E tu?»
«Io cosa?»
«Quanti anni hai?»
«Ventinove. Perché?»
«Così…» sorride, increspando appena le labbra.
«Sarà meglio che vada, ora…» borbotto, tesa.
«Stasera ti esibisci di nuovo?» mi domanda a bruciapelo, in piedi di fronte a me.
«Eri… Eri tu!»
«Sono rimasto molto sorpreso di trovarti in quel night… Mi sarebbe piaciuto offrirti un drink, dopo, ma non ne hai voluto sapere…»
«Non… Non accetto mai gli inviti. Non sono una…»
«Shhh…»
La sua bocca è come mi aspettavo che fosse, la sua lingua mi incendia come un ramoscello secco. Solo ora mi rendo conto che non aspettavo altro da quando l’ho visto. Sento le sue mani armeggiare nei miei capelli, che un attimo più tardi mi ricadono liberi fino in vita. Geme, attirandomi meglio contro di sé, le dita sulla pelle nuda della schiena, sotto la maglia leggera.
Brividi si rincorrono veloci, provocandomi la pelle d’oca.
«No, aspetta…» mormoro, quando raggiunge il gancio del reggiseno.
«Francesca, ti ho già vista nuda…» sussurra, succhiandomi le labbra.
Mi gira la testa, sta succedendo tutto troppo in fretta, non voglio… Sento la sua erezione premere contro di me, e suoi pettorali sotto i polpastrelli. Nemmeno mi sono accorta di avergli aperto la camicia.
«No! Stai… stiamo… Aspetta!» ripeto, liberandomi dal suo abbraccio. «Io… non so niente, di te!»
Mi guarda di sottecchi, prima di afferrarmi di nuovo e sollevarmi di peso.
«Meno cose sai, meglio è. Mi piaci da morire, e io ti piaccio…» bisbiglia, mentre apre con un calcio la porta della sua camera. «Voglio fare sesso con te.»
«No, guarda, non hai capito!» sbotto, mentre mi sfila i pantaloni. «Smettila, io mi spoglio per sbarcare il lunario, non sono una puttana! Smettila!»
«Non l’ho mai pensato, Francesca…» replica, scivolando sopra di me. «Hai voglia anche tu, piantala di negarlo…»
Credo di essere ubriaca di ormoni, il suo profumo mi eccita, il sapore delle sue labbra è qualcosa che sognavo da tempo. Percepisco appena i suoi movimenti mentre si libera dei propri vestiti e poi dei miei. Le sue mani sono ruvide sul mio seno, anche se delicate. Strillo quando scende a succhiarmi i capezzoli e a giocarci con la lingua.
Impazzisco di desiderio, perdo il controllo e mi lascio fare quello che vuole. La sua bocca mi provoca il primo orgasmo, stringo le cosce e mi inarco urlando il mio piacere.
«Zitta, o ci sentiranno fino all’ultimo piano…» sussurra, in ginocchio accanto al mio viso. «Fai godere anche me, da brava…»
Incontro il suo sguardo grigio, appena velato di lussuria. Ho perso ogni freno inibitore, sono peggio che sbronza. Lo sento crescere in bocca, mi accarezzo sfidandolo con un mezzo sorriso, seguito da un gemito roco quando mi stringe un capezzolo fra pollice e indice.
«Basta, buona…» mi interrompe, mettendosi a sedere.
Si infila un preservativo senza perdere tempo, poi mi tira sopra di sé.
«Dio, sei splendida…»
Lui è splendido. Scolpito. Forte e passionale. Ci mette l’anima in quello che fa. La sua stretta sui fianchi mi guida in un movimento dimenticato. Mi chino stringendo il suo viso fra i palmi. In fondo ai suoi occhi trovo me stessa.
«Anche… Anche tu» mormoro, offrendogli il collo.
Ricordo i suoi denti perfetti, li voglio sentire.
«Fran… Io…»
«Mordimi, dài…» ansimo, ormai completamente perduta nell’oceano che mi ribolle nel sangue.
Mi rovescia sulla schiena prima di accontentarmi. Il suo respiro è sempre più veloce, così come lo sono le sue spinte. Non credo di aver voglia di resistere ancora, mi abbandono all’estasi graffiandogli la schiena. Lui butta indietro la testa e si arrende all’onda che lo sommerge, prima di portarlo oltre se stesso.
«Non mi hai risposto, prima.»
Sdraiato accanto a me, gli occhi chiusi, mi accarezza un braccio con aria distratta.
«Non mi ricordo la domanda.»
«Ti avevo chiesto se stasera ti esibivi di nuovo.»
«Ah, sì. In un altro night.»
«Faccio una doccia, vieni con me?» mi chiede, già in piedi.
«No. Grazie, ma… no. È meglio se torno a casa. Io…»
«È meglio anche se mi stai lontana. Lo dico per te.»
Poche parole prima di scomparire in bagno. Che razza di messaggio. Prima vuole fare la doccia insieme, e poi mi dà il benservito. Ho bisogno di chiarirmi le idee.
Raccolgo i miei vestiti, li indosso velocemente e me ne vado. Ho anche bisogno di immergermi in una vasca piena di sali profumati. Devo pensare.
Non mi era mai successo di perdere la testa in questo modo. Non esco con un uomo da secoli, e con questo qui faccio sesso dall’oggi al domani. Non mi sono innamorata, no…

Continua…

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