Tu non esisti – 1° capitolo

La sabbia è bagnata sotto i miei piedi scalzi. Il mare, una distesa di infinito buio.
Mi siedo, incurante dell’umidità che rapidamente inizia a impregnarmi i vestiti; mi abbraccio le gambe poggiando il mento sulle ginocchia.
Sospiro.
Alzo lo sguardo verso il cielo stellato sentendomi piccolo e invidioso della maestosità dell’universo. La luna, un’esile falce, è velata da una nuvola solitaria. È  un vero peccato non poter ammirare il suo flebile chiarore diffondersi sulla superficie delle onde.
L’odore della salsedine mi solletica le narici: inspiro profondamente, socchiudendo gli occhi. Il ricordo di mille altre notti come questa si riversa nel mio cervello, facendomi fremere di impazienza per quello che verrà.
Che meraviglia, non potrei mai farne a meno. Del mare. Della notte. Della pace.
La nuvola si è spostata, e la luna ora risplende in tutto il suo incanto.
Vorrei toccarla per essere certo che esiste.
Invece mi tocco la fronte imperlata di sudore, spostando una ciocca di capelli dagli occhi, vivi testimoni del mio essere nudo davanti alla potenza dei miei desideri.
Un brivido mi percorre la schiena. È tempo di andare.
Il coltello, già sporco del suo sangue, è improvvisamente più leggero nella mia tasca.
Come sempre, la magia si è compiuta: l’anima si è acquietata, il cuore ha iniziato a pulsare impalpabile e profondo.
I miei sensi sono pronti a godere ogni istante dell’avventura che sta per iniziare.
Che è iniziata. Sette ore fa.
Mi dà fastidio la sabbia nelle scarpe mentre cammino spedito sul lungomare con le mani infilate nei jeans. Non c’è anima viva.
Sorrido, pensando alla folla multietnica che invade il paese durante l’estate e lo abbandona quando le prime foglie iniziano a cadere dagli alberi.
Mi sbagliavo: qualcuno c’è.
Ho appena oltrepassato una coppia avvinghiata nell’oscurità di un androne, le loro risatine soffocate mi accompagnano per un breve tratto.
Forse stasera sarà la volta buona, forse la ragazza gli permetterà di salire in casa sua e di possedere il suo giovane corpo per la prima volta.
O forse no.
Accelero il passo, la mente rivolta a Lei.
So che mi sta aspettando.
Lo so perché l’ho imparato sulla mia pelle. La prima volta… Dio, non riesco ancora a pensarci senza che la rabbia si espanda dentro di me come un fumo velenoso.
Era bella, bellissima e fiera. Aspettai troppo poco tempo, non ero pronto ad affrontarla, e lei non era abbastanza spaventata. O magari lo era, ma aveva ancora la forza per ribellarsi e lottare contro di me.
L’ho uccisa prima che l’avventura potesse avere inizio. Che inutile spreco.
La chiave gira nella serratura con un colpo secco. Sono a casa. La luce al neon della cucina illumina la stanza di un bagliore freddo e indifferente; butto il giubbotto di jeans sul tavolo, e mi prendo una birra.
Ora sono davvero pronto. E anche Lei lo è.
Scendo le scale tenendo in mano una torcia elettrica.
La tavernetta è la mia stanza preferita. È la mia stanza dei giochi.
Le telecamere riprendono ogni angolo, ogni millimetro quadrato di questo luogo di delizie e di torture. Affinché il mio piacere possa reiterarsi all’infinito.
Muri e soffitto sono dipinti di blu, il pavimento è ricoperto da una folta moquette azzurra, due poster raffiguranti il sistema solare e gli anelli di Saturno riempiono un’intera parete.
Il letto a baldacchino in ferro battuto occupa una buona parte del locale; le tende che lo circondano, di candida organza, creano un’atmosfera intima ed eccitante.
Un piccolo tavolo rettangolare e due sedie sono sistemati lungo la terza parete, mentre sulla quarta si affacciano due porte: il bagno, e l’incubatoio.
Ed è proprio qui che Lei mi sta aspettando. In questa stanzetta di tre metri per tre, vuota e fredda. Buia. Completamente fuori dal mondo.
L’esperienza mi ha insegnato che dopo aver trascorso il giusto tempo in questo luogo, la mia preziosa Sally è disposta a fare qualsiasi cosa pur di non tornarci.
È  stato difficile capire quale fosse il giusto tempo: troppo poco… bah, indomabili; troppo… impazzite, o già morte.
Spengo ogni luce prima di posare la mano sulla maniglia della porta e aprire.
Il fascio luminoso della torcia la investe impietoso.
«Alzati.»
Ubbidisce senza emettere un solo suono attraverso il bavaglio che le impedisce di parlare. Gli occhi, di un caldo nocciola, le lacrimano per l’improvvisa luminosità.
Resta in piedi di fronte a me, il corpo nudo immobile, quasi a sfidarmi. Immagino le sue mani strette a pugno, ammanettate dietro alla schiena.
Sorrido.
«Non dire niente se non per rispondermi…» le ordino, strappando via la stoffa che le riempie la bocca. «Hai diritto a chiedere una cosa soltanto: fai la domanda giusta, e sopravvivrai.»
«Acqua… per favore.»
Interessante. Potrebbe essere quella giusta.
«Cammina» sibilo, afferrandola per il braccio dove qualche ora fa è affondata la lama del mio coltello. La sento irrigidirsi, ma non protesta.
Ancora più interessante.
La conduco nel bagno, richiudo la porta dietro alle nostre spalle, accendo la luce crudele.
Mi guarda riempire un bicchiere e avvicinarlo alle sue labbra. Beve avidamente lasciando colare l’acqua lungo le guance, gli occhi fissi nei miei.
Il taglio sul suo avambraccio non è profondo, il sangue si è rappreso abbastanza velocemente.
È  bella, ogni curva al posto giusto… è più che bella, è sensuale, è eccitante… devo trattenermi per non allungare una mano e toccare il suo seno perfetto. Né piccolo né grande, ma sodo e meravigliosamente esposto al mio sguardo.
Ecco un’altra cosa che ho imparato: vanno lasciate al buio, legate e imbavagliate, nude. Senza i vestiti addosso, anche quelle che avrebbero il coraggio di tentare qualcosa, partono svantaggiate. La maggior parte delle volte non tentano nulla.
«Ancora…» mormora, vedendomi posare il bicchiere.
«Zitta» ringhio, obbligandola a sedersi sul gabinetto.
«Non… posso» balbetta, deglutendo a vuoto.
«Peggio per te» concludo, riafferrandola per il braccio ferito.
Spengo la luce e accendo la torcia, prima di trascinarla di nuovo verso l’incubatoio.
«Ti prego, no… non lasciarmi… lì!» rantola, puntando i piedi.
Il manrovescio la colpisce con violenza: cadrebbe se non la trattenessi con l’altra mano.
«Zitta!» ripeto, puntandole il fascio luminoso negli occhi. «Ti conviene imparare le regole del gioco, prima del mio ritorno.»
Le infilo gli auricolari di un ipod nelle orecchie, sistemandoglielo in vita con una cintura, prima di spingerla all’interno della stanza buia e fetida.
«Se osi toglierteli, sei morta.»
Non ribatte. Attraverso la porta sento i suoi singhiozzi soffocati.
Non devo avere fretta, per oggi è sufficiente così.
Risalgo le scale fischiettando. Sono le quattro del mattino, credo che dormirò qualche ora. Tanto, non ho nulla da fare, o da guardare.
Sally è impegnata. La mia voce le terrà compagnia per molto tempo.
Regola numero 1: domanda giusta, sarai premiata. Domanda sbagliata, sarai punita.
Regola numero 2: non chiederti se morirai. Tu non esisti.

Margaret

Margaret ama le calze.
Quelle autoreggenti, velate, impalpabili, con la balza in pizzo nero.
Seducenti.
Ama indossarle per Lui. Vedere il Suo sguardo carico di desiderio.
Sapere che presto saranno l’unico capo che avrà addosso.
Una piacevole contrazione le fa inumidire il perizoma.
Margaret sorride.
Anche la seconda calza è stata srotolata con cura. Si guarda allo specchio.
È così che Lui la vedrà quando si toglierà il cappotto.
Infila le scarpe nere, lucide, con il tacco altissimo…
È perfetta.
Un brivido le attraversa la schiena nuda.
Margaret si passa la lingua sulle labbra.
Chiude gli occhi e immagina. Immagina le Sue mani chiudersi sul seno.
La Sua bocca posarsi sul collo.
Il Suo respiro caldo fra i capelli.
«Per te, Dom…» sussurra, voluttuosa.

Qualcosa di più di un semplice noi – 8° e ultima parte

«Che bella coppia che siete! E che bel bambino, come si chiama? Quanto ha?»
La signora seduta sulla panchina accanto a noi allunga una mano ad accarezzare il piccolo seduto sul passeggino.
«Lorenzo. Ha diciotto mesi. Ma non è nostro figlio.»
«Oh!»
«Mamma, io e Adam ci prendiamo una cioccolata calda, vi spiace? E tu stai buono con i nonni, d’accordo?» ci dice Corinne, baciandolo sui capelli lunghi e ricci.
Poi lei e il suo ragazzo si allontanano mano nella mano, mentre la donna sgrana gli occhi.
«Sì, è il figlio di mia figlia» sorrido, abbracciando Sebastiano.
Ci alziamo guardandoci negli occhi, poi lui si mette dietro al bambino, pronto a spingerlo, mentre io mi accarezzo la pancia appena pronunciata.
«Lo zio, o la zia, è in arrivo, invece.»
La poveretta si volta scandalizzata, senza più dire una sola parola.
Ci allontaniamo camminando affiancati, il sole di febbraio a scaldarci il viso.
«Non immaginavo che fare l’amore con una nonna fosse così eccitante!» mi dice, passandomi un braccio intorno alle spalle. «Che dici, glielo restituiamo? Noi la cioccolata la possiamo bere a casa… magari nel letto!»
«Sebastiano!» strillo, fingendomi inorridita.
«Oh, Lorenzo vuole la mamma, e io voglio te. Che c’è di strano?»
Assolutamente niente. La mia famiglia è perfetta così.

Qualcosa di più di un semplice noi – 7° parte

È passata una settimana, maggio è arrivato con un’esplosione di profumi e di colori. Sebastiano non si è più fatto vedere, Corinne studia e porta a casa bei voti, e frequenta Adam. La pancia cresce e lei non è mai stata così bene.
«Mamma, ma lavori anche stasera?» sbuffa, distesa sul mio letto a coccolare il gatto. «Potevamo prenderci una pizza…»
«Domani sera, se vuoi. E il prossimo week end non lavorerò. Ma oggi mi tocca…» le spiego, intenta a infilare le calze autoreggenti. «I tuoi programmi?»
«Se posso, vado al cinema con Adam.»
La guardo dubbiosa, prima di scoppiare a ridere.
«Che razza di strega! Prima ti lamenti che ti lascio sola di sabato sera, e poi salta fuori che il tuo bel progettino già ce l’avevi!»
«Sì, ma… Ok, ok, hai ragione! Devi riconoscere la buona fede, però! Se tu fossi rimasta a casa, ci sarei rimasta anch’io…»
«Evita di nuotare, o ci sprofondi ancora di più…» replico, dandole uno scappellotto affettuoso. «Ti passa a chiamare? Andate a piedi, vero?»
«Sì, sì, è vicino… poi mi faccio riaccompagnare, stai tranquilla…»
«E lui va a dormire a casa sua.»
Mi fa la lingua, poi scompare nella sua stanza.
Io finisco di preparami con calma, anche se calma non lo sono affatto. Mi manca Sebastiano. Lo so, è una storia pericolosa, lui è… insomma, una testa calda. Ma io lo desidero lo stesso.
A quanto pare, però, me lo devo togliere dalla testa. Credo che in settimana accetterò l’invito a cena del mio collega, non mi fa battere il cuore, ma non si sa mai…
Di sicuro non posso struggermi per uno che non mi vuole.
Anche se lo sto facendo, e la cosa mi fa impazzire di rabbia. Ballo e mi spoglio pensando che lui sia fra quelli che mi stanno guardando. Mi accarezzo pensando che sia lui a farlo. Chiudo gli occhi sognando di baciarlo.
No, così non va proprio. Ma che razza di sfiga! Stavo tanto bene fino a una settimana fa, perché si è messo sulla mia strada?
Durante la pausa mi rifugio nel camerino, come sempre. Bevo un drink e mi rifaccio il trucco, nemmeno mi ero accorta di averlo sbavato… che idiota a piangere per uno così.
«Fran, l’hombre dell’altra volta… dice che… ehi, no se puete entrar
«Lascia stare, Leon. Lo conosco, va bene.»
Il mio assistente se ne va mostrandogli il pugno e brontolando in spagnolo. Quasi quasi avrei dovuto lasciare che gli desse una lezione. Come osa presentarsi qui dopo tutto ciò che mi ha detto?
«Cosa vuoi?»
Torno a sedermi davanti allo specchio. Un tocco di mascara, il rossetto…
«Tu non torni di là.»
«Cosa? Eh, no, caro mio, non mi cacci dalla tua vita e poi pretendi di entrarci dalla porta di servizio! Scordatelo e vattene! O chiamo la sicurezza!»
Mi fa alzare strattonandomi per un braccio, mi sfila la vestaglia e mi scioglie i capelli. Al di là del perizoma, sono nuda davanti a lui.
«Fran, non mi frega un cazzo, tu la pianti subito di esibirti davanti a quegli… quegli…»
Gli mollo un ceffone con rabbia, poi allungo una mano a prendere il cellulare.
«Non pensarci neanche!» sibila, tenendomi stretta per le spalle. «Francesca, io… Non riesco a smettere…»
E poi mi bacia, duro, con forza. Se le gambe non mi fossero diventate di gelatina, non avrei dovuto aggrapparmi a lui e avrei potuto respingerlo, morderlo… Invece rispondo al suo bacio con un gemito, come un’assetata che ha finalmente modo di bere.
Geme a sua volta, prima di passare un palmo sul ripiano dove ho i trucchi e scaraventare tutto per terra. Mi solleva e mi fa sedere sopra, le cosce a cingere i suoi fianchi.
«Che diavolo… vuoi fare?» ansimo, mentre l’adrenalina scorre e i brividi si susseguono impazziti.
I suoi denti sul collo, le sue dita a stuzzicarmi i capezzoli, prima di scendere a strapparmi le minuscole mutandine.
«Scoparti. Finché non mi dici che non tornerai di là, e anche oltre. Al diavolo tutto, tu sei mia.»
«Fa piacere… sapere che hai… cambiato idea…» mormoro, i nostri corpi già uniti. «Se non ti disturba troppo, io dovrei dare da mangiare a mia figlia, e presto anche a mio… nipote…»
«In un altro modo, Fran, in un altro modo… Tu non ti spogli davanti a un… branco di… depravati! Hai capito?»
La nebbia mi avvolge il cervello, fare sesso con lui è qualcosa di straordinario. Mi stringe il viso fra le mani, la lingua a cercare la mia con entusiasmo, la pelle che scotta sotto le sue carezze, le tracce di saliva che scendono languide verso il seno, il mio respiro che diventa affannoso insieme al suo… e poi il fulmine che squarcia la foschia del piacere.
«Sebastiano! Non hai… non stai… il preservativo!»
«Sono anni che non faccio sesso, sono sano come un pesce!» sorride, mentre mi sfiora le labbra e un caldo sorriso gli raggiunge gli occhi.
«Che c’entra, anch’io! Voglio dire, non… non prendo la pillola, cazzo!»
«Tranquilla, faremo un po’ di attenzione, i primi tempi…»
Riprende a muoversi dentro di me con più energia, portandomi di nuovo in quel limbo nel quale i pensieri sono sconnessi.
«I primi… tempi?» rantolo, in preda a un orgasmo strepitoso.
«Sì… Piantala di parlare, Fran… Dimmi solo… quanto è rischioso… oggi…»
«No, no, non farlo, non lo so… poco… Sebastiano, non…»
«Mi ami? Mi vuoi? Comprensivo di passato e tutto?»
«Sì, sì, ti voglio!»
«Bene. Non ero disposto ad accettare un no.»
Mi passa una mano fra i capelli, sulla nuca, ad attirarmi contro la sua bocca, mentre con l’altro braccio mi stringe in vita, annullandosi dentro di me.
Restiamo così, abbracciati, per un tempo indefinito, finché i nostri cuori si calmano.
«Ho il culo a strisce.»
Ride, aiutandomi ad alzarmi. Si tira su i pantaloni e mi dà un bacio in fronte.
«Vèstiti, ché ti porto via.»
«Non hai fatto attenzione per niente!» protesto, mentre cerco il mio vestito. «Non posso piantare in asso lo spettacolo, ti prego, sii ragionevole…»
«Ho capito, devo riprendere a scoparti. Si riesce a ragionare meglio mentre godi.»
«Verremo a mangiare a casa tua! Tutti e tre!» lo minaccio, puntandogli contro l’indice. «Non pensare di comandarmi a bacchetta, sai?»
«Casa mia, casa tua… che importanza ha?» replica, scrollando le spalle e aprendo la porta. «Non intendo comandarti affatto, Francesca. La mia donna non si spoglia in un night. Lo potrai fare per me, al limite… E ora cammina, amore mio.»

Continua…

Qualcosa di più di un semplice noi – 6° parte

Esco dal lavoro due ore prima. Mi sono inventata un malessere di Corinne, voglio parlare con lei da donna a donna. Ho sentito i genitori della sua amica, che sono tranquillamente caduti dal pero.
Ne deduco che le sue compagne la volessero coprire per qualcosa, in modo infantile e sciocco, tra l’altro, ed è meglio se io e lei affrontiamo l’argomento prima che sia tardi.
La casa è silenziosa e buia, trovo strano che sia già a dormire alle dieci e mezza. Magari sta studiando, o guardando un film…
Apro la porta della sua camera e capisco immediatamente cosa stavano cercando di nascondere, lei e le sue degne compari.
«Mamma!» strilla, tirandosi il piumone fin sopra la testa.
«Ti aspetto in cucina. Sola.»
Due minuti più tardi è seduta di fronte a una tazza di camomilla, con sommo disgusto di Gastone, che annusa e salta giù dal tavolo.
«Allora? Da quando mi racconti balle? Il week end al mare, i genitori di Carla che vi portano, eccetera eccetera? E poi inviti gente a casa quando non ci sono, di cosa hai paura? Mi fai una rabbia, Corinne…»
«Ho un ragazzo. Non volevo dirtelo perché ogni cosa che ti dico… non va mai bene. Aspetto un figlio, e secondo te questo fatto mi dovrebbe tenere lontana da tutto il resto! Io… mi sono innamorata di Adam, e lui mi ama!»
«Adam sarebbe il giovanotto nel tuo letto, immagino. Corinne… Sei troppo piccola, lo so per esperienza personale, non credi?»
«Beh, e io non volevo partorire senza aver fatto l’amore! Come fai a non capire?»
Le spuntano due lucciconi agli angoli degli occhi, che si affretta a nascondere con la manica della maglietta.
«Vieni qui, sciocca…» sussurro, abbracciandola. «Io vorrei solo che tu non soffrissi troppo. Che farete quando il bambino sarà nato? Giocherete ai genitori? Tra l’altro, lui quanti anni ha? Magari i suoi non sono troppo d’accordo che frequenti…»
«Mi ritieni un’appestata, mamma? Ha diciassette anni, stiamo insieme da un mese, non ci sposeremo domani. Se il nostro amore reggerà al colpo inferto dalla mia gravidanza… beh, lo sapremo solo… dopo, non pensi?»
«Già… Corinne, non rimetterci il cuore, d’accordo? E magari presentamelo, già che ci siamo…» sospiro, accarezzandole una guancia. «Ah, e la prossima volta che ti becco a raccontare frottole, sei in punizione per un mese, capito?»
Adam non è molto più alto di lei, ha un bel viso e l’aria simpatica. Non sono razzista, ma un ragazzo di colore non aggiungerà certo semplicità alla situazione.
«Bene, sono quasi le undici e domani c’è scuola: che ne dite di salutarvi, ora?» borbotto, imbarazzata. Non ero pronta a essere nonna, figuriamoci a fare la suocera.
«Cinque minuti, ok?» mercanteggia, tirandoselo dietro. «Solo cinque minuti!»
«Faccio un salto di là, da Sebastiano…» le dico, mentre cerco le chiavi nella borsetta. «Se torno e non ti trovo a letto a dormire, sono guai!»
«Vado via subito, non si preoccupi!» mi sorride lui, strizzandomi l’occhio.
«Ti prego, anche il “lei” no!» gemo, chiudendomi la porta alle spalle.
So che è in casa, sento il violino. Voglio rivederlo e piantarla di nascondere la testa sotto la sabbia.
«La musica ti disturba?» mi chiede, senza invitarmi a entrare.
«Non proprio. Stamattina sono passata, ma non c’eri… possiamo parlare?»
«Ho ripreso a lavorare. Francesca, è tardi, non possiamo farlo un’altra volta?»
«No!» sbotto, infilandomi dentro. «È stata una giornataccia, e ho bisogno di…»
Richiude mentre mi afferra per un braccio, tirandomi contro di sé.
«Ti ho detto di starmi lontana, o sbaglio? Non sono la persona più indicata per…»
Il cuore mi fa un tuffo nel petto, con capriola in gola. Nei suoi occhi c’è tanto desiderio, e tanto dolore… Perché?
«Me l’hai detto, ma non mi hai spiegato niente! Io… non faccio che pensare a te, porca miseria!»
Mi bacia con rabbia, come se fossero secoli che non lo fa, come se da questo dipendesse la sua vita. Mi fa paura la tensione che sento crescere fra noi.
«Che… lavoro fai? Chi sei? Da dove vieni? Perché non mi racconti qualcosa di te? So di piacerti, e mi dici di lasciarti perdere… non capisco!»
Si volta di scatto e si dirige verso il mobile bar. Lo vedo preparare due cocktail, appoggiare i bicchieri sul tavolino e accomodarsi sul divano.
«Ho riaperto la mia attività. Sono un falegname, costruisco mobili. Mi auguro che i clienti arriveranno.»
Un falegname? Non so perché, ma la cosa mi sorprende. Mi siedo sulla poltrona di fronte a lui, in attesa.
«Non ti va di bere?»
«Sì, ma…» replico, allungandomi a prendere il mio drink. «Non mi hai detto lo stesso perché vuoi che ti stia lontana. Guarda, sono scioccata anch’io, non ho un ragazzo da secoli, e poi arrivi tu e io… non capisco più niente!»
«Francesca, mi piaci da impazzire. Non posso stare con te. Fattene una ragione, e non cercarmi più.»
«Perché? Sei sposato, fidanzato, cosa?» strillo, scattando in piedi.
Si alza anche lui, mi posa le mani sulle spalle e mi scava dentro con i suoi occhi stupendi e furiosi.
«Vattene. Se resti, lo fai a tuo rischio e pericolo.»
«E smettila di parlare per enigmi! Cosa sei, un serial killer? Ma per favore!» sbraito, avviandomi verso l’uscita. «Va bene, cuoci nel tuo brodo, fottiti! Ne trovo mille meglio di te!»
Un secondo più tardi mi scoppiano i polmoni nel petto. Mi ha sbattuta contro la porta, prima di schiacciarmi con il suo peso.
«Sono uscito di prigione dieci giorni fa» mi sibila sul collo, prima di leccarmi. «Sei piombata nella mia vita per rovinarmela di nuovo? Non te lo permetterò!»
«In… prigione?» ansimo, mentre le sue mani mi hanno raggiunto il seno. «Perché?»
«Stupro. Vuoi andartene, adesso?»
«Che c’è, hai paura di violentarmi?» sorrido, voltandomi a fatica, prima di buttargli le braccia al collo. «Io mi sono innamorata di te, stupido! Temi che ti possa denunciare? Ma che hai nella testa?»
«Lo farai. Quando ti sarai stufata di me, quando ti impedirò di spogliarti davanti agli altri uomini, quando ti costringerò a fare sesso e tu non vorrai più avere niente a che fare con me! Mi conosco, Francesca! La mia gelosia è… patologica, lo so! Vattene! È meglio per tutti e due!»
«Va bene. Me ne vado» accetto, i palmi appoggiati sul suo petto. «Tu hai paura di amare. Non so che ti abbiano fatto le donne, e non voglio saperlo. Non cambierò il mio modo di essere o di fare per te, né per nessun altro. Sai dove trovarmi, nel caso volessi rischiare di essere felice.»

Continua…

Qualcosa di più di un semplice noi – 5° parte

Quando lavoro di domenica sera, il lunedì è sempre un trauma. Mi devo alzare presto lo stesso perché Corinne vada a scuola, anche se faccio di nuovo il turno pomeridiano al call center.
Gastone fa la guardia alla sua tazza, e il bello è che se gli metto il latte nella ciotola, lo lascia dov’è. Quei due vivono in simbiosi.
«La smetti di tenere il muso? Non voglio che tu vada via da sola, distante e per un paio di giorni in tutto. Possiamo passare oltre?»
Non mi risponde, mangia la sua colazione senza degnarmi di uno sguardo, mi saluta appena ed esce.
Le passerà.
Ieri sera ero convinta che Sebastiano sarebbe venuto a vedermi, che mi avrebbe aspettata all’uscita, insomma… pensavo che si sarebbe fatto vivo.
Sparecchio, spengo la tv, sciolgo i capelli e mi presento a casa sua. Noi due dobbiamo parlare.
Solo che lo faremo un’altra volta, perché lui non c’è.
Che sciocca, è lunedì mattina, è probabile che sia al lavoro, qualunque cosa faccia per vivere.
Invito a pranzo la mia amica Ginevra, so che Corinne rientrerà solo più tardi, ha lezione anche nel pomeriggio e si ferma a mangiare da Lorenza.
«Ricapitoliamo!» esclama, dopo avermi fatto millemila domande sul mio bel vicino. «Di cosa hai paura? Perché non lasci un po’ più di libertà a tua figlia, Francesca? Tra qualche mese, ti ricordo, avrà ben altro a cui pensare… E lasciala divertire, no?»
Resto di sale di fronte alle sue parole, mi aspettavo che parlasse…
«Sai che ho ragione…» insiste, accomodandosi sul divano. «Sei proprio brava a cucinare, lo devo ammettere!»
«La pianti di cambiare discorso ogni tre secondi?» brontolo, mentre preparo il caffè. «E non hai ragione proprio per niente, Corinne è una bambina, e non mi va di lasciarla andare via per un fine settimana, si strapazzerà per niente, e lunedì non andrà a scuola. Come minimo!»
«Lei è molto più adulta e responsabile di te, se lo vuoi sapere! È incinta, e allora? Studia lo stesso, frequenta gli amici, non fuma, non beve, non fa cazzate in giro… Puoi dire lo stesso di sua madre?»
Mi volto a guardarla con la bocca aperta; ho l’impressione di aver ricevuto una sberla in piena faccia, tanto che sollevo una mano a toccarmi la guancia.
«Fran, cazzo! Sono anni che vivi come una suora di clausura, che non fai altro che lavorare e pensare a tua figlia, e poi… zac! Arriva ‘sto qui, ci scambi forse tre parole, e ci vai a letto seduta stante! Oh, non è una critica, la mia, eh? Ti dirò di più: era ora che ti innamorassi! Ma non dire che Corinne è una bambina. Lei si merita la tua fiducia.»
Come una radio che ha esaurito le batterie, Ginevra tace e si mette a giocherellare con Gastone, sempre pronto a farsi fare le coccole.
«Sì, va beh… non è una questione di fiducia! Non mi va che si allontani tanto da casa per così poco tempo, ecco tutto… E non sono innamorata!»
«Parla con i genitori di Carla. Vedrai che ti tranquillizzi. E lo sei.»
«Pensavo già di farlo. Li chiamerò e vedrò di farli ragionare. Portare le ragazze al mare, che idea… Lo sono? Gine, non voglio un uomo, mi incasinerà la vita…»
«Tesoro mio, senza casini, si può chiamare vita?»
E con questa perla di saggezza, mi dà un bacio e si avvia verso l’ingresso.
«La mia pausa pranzo è finita, ci sentiamo una di queste sere… quando non lavori, invitami a cena e presentami il tuo uomo, ok? Dai un bacio a Corinne!»
Il mio uomo. Appoggio la schiena contro la porta e chiudo gli occhi. Mi sembra di sentire il suo profumo nell’aria. Le sue mani sulla pelle.
Non sono innamorata. Sono cotta persa.

Continua…

Qualcosa di più di un semplice noi – 4° parte

Rientro in casa alle tre e mezza, il taxi mi lascia proprio sul portone. Cerco le chiavi e raggiungo in fretta il mio appartamento.
Corinne dorme sdraiata sul letto in modo scomposto, una gamba quasi a toccare terra, il cuscino stretto fra le braccia. Le sue amiche hanno gonfiato un materassino da spiaggia matrimoniale e giacciono sotto una montagna di coperte. Sistemo un po’ mia figlia, prima che cada o si svegli con le articolazioni anchilosate, poi me ne vado in cucina a farmi una camomilla.
Ho il terrore di aprire la porta, e invece resto piacevolmente sorpresa: piatti lavati e sportelli chiusi. Ho sempre più la sensazione che Corinne voglia qualcosa da me, e che la serata appena trascorsa sia solo la punta dell’iceberg.
La mia stanza deve confinare proprio con quella di Sebastiano, forse glielo dovrei dire che suonare il violino in piena notte è da fuori di testa. Tanto, se non lo farò io, ci sarà qualcun altro nel condominio a farglielo notare.
Mi addormento chiedendomi ancora chi fosse la persona che mi voleva parlare al night. Forse ha ragione la mia amica Ginevra, a forza di tenere gli uomini a distanza non so più come comportarmi, e una piccola cosa non prevista mi fa scattare come una molla.
«Mamma, il pranzo è pronto!»
Il pranzo? Mi sembra di essere venuta a letto dieci minuti fa…
«Ok, Corinne, dammi il tempo di farmi una doccia e vestirmi, e arrivo.»
Le ragazze hanno preparato la pasta al sugo, bistecche impanate e patatine fritte. C’è panpesto un po’ ovunque, ma non mi sembra il caso di lamentarmi.
«Ciao, come va?» le saluto, aiutandole ad apparecchiare la tavola.
«Tutto bene, grazie! Non abbiamo fatto casino, ieri sera, siamo state bravissime! E prima abbiamo studiato!» mi dice Carla, dopo essersi presa una gomitata nel fianco da Lorenza.
«Va bene, mettiamo le carte in tavola: che mi devi chiedere, Corinne?»
«Ma niente, mamma, perché pensi questo? Io…»
«E diglielo…» borbottano insieme, intanto che condisco la pastasciutta e la metto in tavola.
«Il prossimo fine settimana… posso andare a casa di Carla?»
Mi prendo il tempo per riflettere, la cosa è strana, non mi pare questa grande avventura per cui sono necessari studio, pranzo e mille salamelecchi.
Le osservo mangiare e guardarmi di sottecchi. Resistono fino al secondo, poi Corinne non ce la fa più.
«Ok, ok, vogliamo andare nella casa al mare dei genitori di Carla. I suoi ci portano, poi ci vengono a riprendere domenica sera. Per favore…»
«Non penso…»
«Mamma!»
«Non ti fai duecento chilometri per stare una sera al mare. Da sole, poi! L’argomento è chiuso.»
Si alza sbattendo le posate sul tavolo e si rifugia in camera sua.
«Francesca, forse…»
«No. È incinta, nel caso l’aveste scordato! Manca poco più di un mese alla fine della scuola, è meglio che occupi il tempo a studiare! Così come voi due!»
Le sue compagne la seguono nel giro di pochi minuti, senza commentare.
Sparecchio e preparo la lavastoviglie, prima di raggiungerle.
«Restate in casa, oggi pomeriggio, o uscite?»
Sono inginocchiate per terra, con il pc sul letto.
«Andiamo a prendere un gelato con gli altri… sempre se posso!» ringhia mia figlia, chiudendo il portatile.
«Se il tono è questo, immagino di no.»
Mi siedo sul divano e accendo la tv. Gli scontri sono all’ordine del giorno, ma non posso dargliele tutte vinte. Un viaggio del genere, per così poco tempo, nelle sue condizioni… è una stupidaggine. E poi non mi va di saperla sola, lontana da casa. Ha pur sempre quattordici anni, avrà tempo per crescere. Cioè, nemmeno tanto…
«Posso uscire, allora?» mi chiede, una mezz’ora più tardi.
È vestita con una salopette di jeans e un maglietta a maniche lunghe rosa; i capelli sciolti sulle spalle e il viso acqua e sapone la fanno sembrare ancora più piccola. Cioè, nemmeno tanto…
«Torna per cena, che dopo lavoro. D’accordo?»
Grugnisce una risposta incomprensibile, prima di uscire insieme alle sue amiche.
La mia bambina è ancora una bambina. Cioè, nemmeno tanto…
Spengo la televisione, infilo un paio di pantaloni leggeri e una maglia con la scollatura a barchetta, viola e con le impronte nere davanti, lego i capelli ed esco anch’io. Ho bisogno di prendere una boccata d’aria.
«Ciao, Francesca.»
Il mio vicino sta rientrando con un paio di buste della spesa. Il suo sorriso mi manda il cuore fuori giri. La cosa mi dà un enorme fastidio. Mi piace, anche se non voglio.
Mia figlia sta crescendo, anche se non voglio.
«Ciao.»
Non so perché, ma invece di andarmene, lo aiuto a portare dentro le borse.
«Accomodati, non fare complimenti» mi sfotte, richiudendo la porta.
Sento le guance imporporarsi e montare la voglia di mollargli un calcio negli stinchi.
«Scusa se ti ho dato una mano» bofonchio, voltandogli le spalle.
«Dài, scherzavo… Vuoi un caffè? Qualcosa da bere?»
«Una… Una coca, se ce l’hai.»
Bevo la bibita seduta al tavolo della sua cucina, mentre lui sistema gli acquisti. Non so cosa mi succeda, sta di fatto che mi ritrovo a raccontargli un sacco di cose su di me, compreso l’ultimo litigio con Corinne e i miei dubbi esistenziali.
«Tua figlia è incinta, quindi… e ha quattordici anni. E tu?»
«Io cosa?»
«Quanti anni hai?»
«Ventinove. Perché?»
«Così…» sorride, increspando appena le labbra.
«Sarà meglio che vada, ora…» borbotto, tesa.
«Stasera ti esibisci di nuovo?» mi domanda a bruciapelo, in piedi di fronte a me.
«Eri… Eri tu!»
«Sono rimasto molto sorpreso di trovarti in quel night… Mi sarebbe piaciuto offrirti un drink, dopo, ma non ne hai voluto sapere…»
«Non… Non accetto mai gli inviti. Non sono una…»
«Shhh…»
La sua bocca è come mi aspettavo che fosse, la sua lingua mi incendia come un ramoscello secco. Solo ora mi rendo conto che non aspettavo altro da quando l’ho visto. Sento le sue mani armeggiare nei miei capelli, che un attimo più tardi mi ricadono liberi fino in vita. Geme, attirandomi meglio contro di sé, le dita sulla pelle nuda della schiena, sotto la maglia leggera.
Brividi si rincorrono veloci, provocandomi la pelle d’oca.
«No, aspetta…» mormoro, quando raggiunge il gancio del reggiseno.
«Francesca, ti ho già vista nuda…» sussurra, succhiandomi le labbra.
Mi gira la testa, sta succedendo tutto troppo in fretta, non voglio… Sento la sua erezione premere contro di me, e suoi pettorali sotto i polpastrelli. Nemmeno mi sono accorta di avergli aperto la camicia.
«No! Stai… stiamo… Aspetta!» ripeto, liberandomi dal suo abbraccio. «Io… non so niente, di te!»
Mi guarda di sottecchi, prima di afferrarmi di nuovo e sollevarmi di peso.
«Meno cose sai, meglio è. Mi piaci da morire, e io ti piaccio…» bisbiglia, mentre apre con un calcio la porta della sua camera. «Voglio fare sesso con te.»
«No, guarda, non hai capito!» sbotto, mentre mi sfila i pantaloni. «Smettila, io mi spoglio per sbarcare il lunario, non sono una puttana! Smettila!»
«Non l’ho mai pensato, Francesca…» replica, scivolando sopra di me. «Hai voglia anche tu, piantala di negarlo…»
Credo di essere ubriaca di ormoni, il suo profumo mi eccita, il sapore delle sue labbra è qualcosa che sognavo da tempo. Percepisco appena i suoi movimenti mentre si libera dei propri vestiti e poi dei miei. Le sue mani sono ruvide sul mio seno, anche se delicate. Strillo quando scende a succhiarmi i capezzoli e a giocarci con la lingua.
Impazzisco di desiderio, perdo il controllo e mi lascio fare quello che vuole. La sua bocca mi provoca il primo orgasmo, stringo le cosce e mi inarco urlando il mio piacere.
«Zitta, o ci sentiranno fino all’ultimo piano…» sussurra, in ginocchio accanto al mio viso. «Fai godere anche me, da brava…»
Incontro il suo sguardo grigio, appena velato di lussuria. Ho perso ogni freno inibitore, sono peggio che sbronza. Lo sento crescere in bocca, mi accarezzo sfidandolo con un mezzo sorriso, seguito da un gemito roco quando mi stringe un capezzolo fra pollice e indice.
«Basta, buona…» mi interrompe, mettendosi a sedere.
Si infila un preservativo senza perdere tempo, poi mi tira sopra di sé.
«Dio, sei splendida…»
Lui è splendido. Scolpito. Forte e passionale. Ci mette l’anima in quello che fa. La sua stretta sui fianchi mi guida in un movimento dimenticato. Mi chino stringendo il suo viso fra i palmi. In fondo ai suoi occhi trovo me stessa.
«Anche… Anche tu» mormoro, offrendogli il collo.
Ricordo i suoi denti perfetti, li voglio sentire.
«Fran… Io…»
«Mordimi, dài…» ansimo, ormai completamente perduta nell’oceano che mi ribolle nel sangue.
Mi rovescia sulla schiena prima di accontentarmi. Il suo respiro è sempre più veloce, così come lo sono le sue spinte. Non credo di aver voglia di resistere ancora, mi abbandono all’estasi graffiandogli la schiena. Lui butta indietro la testa e si arrende all’onda che lo sommerge, prima di portarlo oltre se stesso.
«Non mi hai risposto, prima.»
Sdraiato accanto a me, gli occhi chiusi, mi accarezza un braccio con aria distratta.
«Non mi ricordo la domanda.»
«Ti avevo chiesto se stasera ti esibivi di nuovo.»
«Ah, sì. In un altro night.»
«Faccio una doccia, vieni con me?» mi chiede, già in piedi.
«No. Grazie, ma… no. È meglio se torno a casa. Io…»
«È meglio anche se mi stai lontana. Lo dico per te.»
Poche parole prima di scomparire in bagno. Che razza di messaggio. Prima vuole fare la doccia insieme, e poi mi dà il benservito. Ho bisogno di chiarirmi le idee.
Raccolgo i miei vestiti, li indosso velocemente e me ne vado. Ho anche bisogno di immergermi in una vasca piena di sali profumati. Devo pensare.
Non mi era mai successo di perdere la testa in questo modo. Non esco con un uomo da secoli, e con questo qui faccio sesso dall’oggi al domani. Non mi sono innamorata, no…

Continua…

Qualcosa di più di un semplice noi – 3° parte

La musica è sempre la stessa, così come la mia esibizione. Con poche varianti, mi spoglio ballando su un bancone finché resto con il solo perizoma, le scarpe dal tacco vertiginoso e la cascata bionda a coprire/scoprire il seno in un gioco di vedo/non vedo.
Le luci accecanti puntate su di me non mi permettono di scorgere chi stia seguendo lo show, ma so come e quanto mi devo avvicinare ai bordi della pedana: gli extra infilati nell’elastico delle mutandine inesistenti mi fanno molto comodo.
È faticoso, soprattutto con scarpe scomode come queste, restare ore a farmi guardare e sentire i commenti pesanti degli uomini in sala: ma ho scoperto che basta scollegare la mente dal corpo, ballare e pensare ai fatti miei, per riuscire a sopportare tutto.
Mi auguro davvero che Corinne e le sue amiche non stiano facendo troppo casino. L’ultima volta hanno deciso di preparare i biscotti e ho trovato la cucina come se fosse appena scoppiata la bomba atomica. Il nuovo vicino, oltretutto, potrebbe non apprezzare la confusione, e non ho voglia di inimicarmelo dopo un giorno soltanto. Anche se è improbabile che il sabato sera resti a casa, avrà una donna, degli amici con i quali passare il tempo…
Durante la pausa indosso una vestaglia nera, mi ritocco il trucco e bevo un paio di cocktail. Ancora qualche ora e avrò finito.
«Fran, un hombre dice di conoscerti, lo so che è un trucco vecchio como el mundo, ma sa il tuo nome, lo faccio passare, entiende
Leon è un caro ragazzo, veglia su di me come un falco e mi protegge da coloro che si dimostrano più audaci e pensano di comprarmi. Due occhi neri incastonati in un viso infantile che trae in inganno, i capelli scuri pieni di gel e una stazza degna di un peso massimo. La sua parlantina, un misto di italiano e spagnolo, è musicale e riesce sempre a strapparmi un sorriso.
«No, non importa se mi conosce, e ne dubito fortemente. Sono qui per lavorare, non per perdermi in chiacchiere. Pensaci tu, per favore…»
«Muy bien, ora gli spiego che il suo posto è in platea…»
«Con le parole, Leon!» gli raccomando, sorridendo alla porta già richiusa dietro le sue spalle.
Chissà chi è ‘sto tizio che ha detto di conoscermi… magari è vero, qualche collega del call center forse… è sempre una noia quando qualcuno scopre come arrotondo lo stipendio. Faccio la spogliarellista, uguale sono una prostituta. Questa equazione è scritta nel DNA maschile, penso.
Riprendo lo show senza riuscire a scrollarmi di dosso la sensazione di avere un paio di occhi diversi dagli altri puntati addosso. Mi sembra di sentirli. Mi sfiorano la pelle come un refolo caldo, promettendomi il paradiso.
Che razza di stupida fantasia. Meglio se mi concentro sullo spettacolo. Potrei riuscire a non pensare che domani sera mi dovrò esibire di nuovo.

Continua…